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I baffi del signor Ugo

In questo racconto, Silvia Conforti ci parla di una trasformazione profonda, e lo fa con semplicità. In superficie sembra una storia ordinaria – quella di un uomo con i baffi – ma in realtà affronta temi come l’identità, la malattia, il narcisismo, l’amore e il senso della vita. Buona lettura!

C’era una volta il signor Ugo, un uomo con un paio di baffi lunghi, ma così lunghi e folti che per mangiare doveva fermarli con le forcine.

Era molto orgoglioso dei suoi baffi e tutto quel pelo sulla faccia lo faceva sentire un vero macho.

Ovunque si trovasse tutti lo notavano, era sempre al centro dell’attenzione e a lui questa cosa piaceva un sacco.

Non passava mai inosservato e soprattutto i bambini, che non hanno ancora imparato a far finta di niente, lo additavano e lo guardavano a bocca aperta con un misto di stupore e paura. Non potevano credere che così tanto pelo potesse crescere sopra alle labbra! I più grandi ridevano, i più sfrontati lo prendevano in giro, ma i piccoli spesso si spaventavano, si coprivano gli occhi e nascondevano il viso contro le gambe dei genitori. 

Giornalisti famosi l’avevano intervistato, era stato invitato in TV in trasmissioni con un grande seguito di pubblico, le sue foto erano state pubblicate su riviste importanti. Tutta questa attenzione da parte della gente lo rendeva ancora più fiero della sua stravaganza, passava ore davanti allo specchio ad ammirarsi. Non pensava ad altro. 

La moglie invece non era affatto contenta. Il signor Ugo, tutto preso com’era da se stesso, la trascurava, mai un cinema, mai una cenetta, mai un complimento. Si ricordava di lei solo quando ne aveva bisogno. Dal momento che considerava i suoi baffi un bene di famiglia, pretendeva venissero curati anche dalla moglie e con tutte le attenzioni del caso: un giorno sì e uno sì, la signora Uga aveva il compito di lavarli con lo sciampo, ammorbidirli con il balsamo, pettinarli con cura e dargli la piega con i bigodini, così, una volta asciutti, si trasformavano in una cascata di riccioli vaporosi sul petto del marito. La povera donna era veramente stanca delle pretese del signor Ugo, ma gli voleva bene e quindi, anche se a malincuore, sottostava alle sue richieste.

C’era una cosa che la signora Uga non aveva il pudore di confessare e la rendeva particolarmente triste: erano anni che desiderava poter baciare per bene suo marito sulla bocca ma la ricerca delle labbra risultava sempre molto difficile e le rare volte che riusciva nel suo intento, era costretta a sputacchiare per mezza giornata peli lunghi quanto una fune. Si rammaricava tra sé perché questo limite la faceva sentire una donna sfortunata e provava invidia verso le amiche che non avevano questo problema. 

A maggio, quando l’aria si stava facendo tiepida ed era tempo di pensare alle ferie estive, il signor Ugo iniziò a non stare bene, non aveva appetito, dimagriva a vista d’occhio e non aveva più neanche la forza di salire le scale. 

Dapprima dette la colpa al cambio di stagione, poi a un esaurimento nervoso, poi a un’allergia al polline e quando non sapeva più a cosa dare la colpa la signora Uga finalmente lo convinse a fare degli accertamenti. Dopo averlo rovesciato come un calzino i medici scoprirono un intruso nel suo corpo. Era un cancro.

Aveva la forma di una bomba a mano ed era pericoloso alla stessa maniera.

Un bravo chirurgo lo sottopose a una lunga operazione per liberarlo dall’ospite sgradito e quando il signor Ugo si riprese gli oncologi gli prescrissero una cura molto forte, una cura che gli avrebbe dato la possibilità di continuare a vivere. Gli spiegarono che la terapia avrebbe ucciso le cellule cattive che il cancro aveva seminato nel sangue, ma lo avrebbe portato a perdere i capelli e tutti i peli che aveva sul corpo.

La vita, a volte, riserva delle sorprese e non sempre sono belle. 

Al signor Ugo venne somministrata la prima dose della cura e dopo una ventina di giorni arrivò il momento che tanto temeva: sul cuscino e nella doccia iniziò a trovare mucchietti di capelli e peli che cadevano come le foglie in autunno. 

Anche se era stato avvisato, per lui fu un grande sconforto, non riusciva a sopportare l’idea di ritrovarsi calvo come una palla di biliardo e, soprattutto, non sopportava di perdere i suoi preziosi baffi. Come farò adesso? Diventerò un uomo come tanti, i miei baffi mi rendevano unico! Senza di loro mi sembrerà di essere nudo.  

Molto presto fu tutto liscio, in testa, sulla faccia, sul corpo, liscio come il sederino di un neonato. Pianse e si disperò, non voleva più uscire di casa.

I lunghi baffi caduti li raccolse uno ad uno, li depose in una scatola di legno, costruita apposta per l’occasione e, dopo una sorta di funerale, li seppellì in giardino.

Andava davanti allo specchio e quello che vedeva non era lui, non si riconosceva più, così malediceva la sua sorte e piagnucolava sempre affermando di essere uno sventurato. La signora Uga cercava con ogni mezzo di fargli superare la dura prova a cui la vita lo aveva sottoposto, ma lui non sentiva ragioni, provava vergogna perfino della moglie. 

Si chiuse in se stesso, non aveva più voglia di vivere.

Nella data stabilita tornò in ospedale per sottoporsi a un nuovo ciclo di terapia. 

Nel reparto di oncologia, sedute sulle sedie bianche in attesa della cura, c’erano molte persone. Le donne sulla testa tenevamo un foulard o una parrucca per coprire la calvizie. La cosa che gli fece ancora più male però fu vedere i bambini con la testina lucida o coperta dai cappellini colorati. Le loro mamme cercavano di farsi coraggio, per non farsi vedere preoccupate dai figli, conversavano come fossero al parco, scherzavano con le infermiere, mentre i bambini si organizzavano tra loro inventandosi giochi.

Nessuno dava l’impressione di piangersi addosso. 

Si vergognò tanto per la pena che aveva provato per sé e le cose che prima gli sembravano fondamentali adesso avevano perso la loro importanza. Fino a quel momento aveva vissuto nel mondo senza vederlo realmente. Si guardò intorno con occhi nuovi: le nuvole diventarono draghi, navi immense, gelati carichi di panna montata; il mare sfumava in mille colori, le onde si muovevano al ritmo del vento, calme o arrabbiate e piene di schiuma; la luna sembrava guardarlo da lassù e perfino strizzargli l’occhio; i fiori coloravano i prati dove i cani si rincorrevano; il basilico profumava il sugo di pomodoro degli spaghetti; le formiche, in fila indiana, lavoravano senza sosta trasportando semi da mettere al sicuro in previsione dell’inverno. 

Dove era stato fino a quel momento? Aveva consumato gli specchi a forza di rimirarsi, paraocchi di presunzione gli avevano impedito di allargare i suoi orizzonti, come un cieco non aveva notato tutta la bellezza che lo circondava.

Per il signor Ugo lo scopo primario diventò guarire per godere di ogni minuto della sua vita e poter assaporare tutto, anche la più piccola briciola di universo. 

La volta successiva tornò in reparto trasformato: regalò alle infermiere una pianta di fiori rossi da mettere sul bancone della reception, fece coraggio alle persone un po’ spaurite che arrivavano lì per la prima volta, infilò sulla punta del naso una pallina di plastica rossa per strappare un sorriso ai piccoli pazienti. Si prese perfino una sgridata da un medico perché in sala d’aspetto faceva troppa confusione e la gente, invece di bisbigliare, rideva e parlava con lui a voce alta, come fossero nel salotto di casa propria. 

La moglie, nonostante fosse preoccupata per la salute del marito, si sentiva stranamente felice. Non ricordava di quanto fosse buffo il suo uomo quando sbadigliava, con la bocca che sembrava rovesciarsi sul viso o come stirava le labbra carnose quando rideva di gusto.

Adesso, quando lo baciava, invece che lunghi peli, le rimaneva in bocca il suo buon sapore di liquirizia che altrimenti avrebbe rischiato di dimenticare. Quanto le piaceva!

I due si scoprirono di nuovo innamorati, come tanti anni prima, quando Uga portava le gonne corte e una testa piena di riccioli da permanente e Ugo era un pivello imberbe ancora brufoloso. 

Dopo alcuni mesi la cura finì, il signor Ugo cominciò a riprendere le forze, i capelli e la peluria pian piano comparvero di nuovo e, senza alcun rimpianto, prese la decisione di non farsi più crescere i baffi. 

Ogni mattina, di fronte a un nuovo giorno, il suo sorriso si accendeva, voleva a mostrarlo a tutti, soprattutto ai musoni, agli scontenti e a chi, come un disco rotto, stava sempre a lamentarsi.

Questo è quello che raccontava in giro a chi glielo domandava.

Detto tra noi, il signor Ugo aveva preso gusto a baciare la sua dolcissima Uga e, in questa sua nuova vita, voleva continuare a farlo ancora e ancora, per il resto dei suoi giorni. 

Silvia Conforti

Immagine di copertina fornita dall’autrice.

La seconda immagine presente nel testo è di Magnific.

Pubblicato inBlogBlogAla2026Senza categoria

Un commento

  1. Arturo Arturo

    Probabilmente si tratta di un mio limite, ma il senso del racconto mi sfugge. (non è la prima volta riguardo alle pubblicazioni del blog (ma che blog è se nessuno commenta). Così mi piacerebbe se l’autrice o i gestori del blog mi potessero illuminare. Grazie.

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