In questo articolo per il blog di ALA, Anna Pagani ci mostra il lato semplice della felicità, partendo dalla condivisione e dall’immersione per la natura. È tutto nelle righe che trovate di seguito, non rimane che augurare buona lettura!
Il sole ha conquistato il cielo, le poche nuvole si raccolgono intorno alle cime, folate leggere di vento le sbatacchiano da un punto all’altro in un giocoso rincorrersi, cercano spazi sempre più alti d’azzurro.
Il panorama dal Rifugio Fertazza costruisce un’intima conversazione fra il mio animo curioso e quello dei pensieri di Cristina, mia cognata, che dall’immaginazione prova a incontrare la spiegazione in un cartello sulla statua di legno che, fiera, si erge sulla collinetta di neve: un cervo gigantesco costruito, con i resti degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia, dall’artista Marco Martalar. Egli celebra il privilegio della Natura di offrire rinascita e resilienza a ciò che appare morto e distrutto, lo dice a noi cittadini che della Natura non riusciamo quasi più a vedere la grandiosità, la bellezza, l’armonia, soggiogati a logiche di guerre stupide, di uomini stupidi.
Mi avvicino al monumento, ne percorro con le mani la superficie rugosa delle cortecce, ne respiro il profumo resinoso, una creatura antichissima e innocente si staglia nell’atmosfera radiosa di marzo. Il palco rigoglioso spinge in alto la vista, verso la luce a ricongiungere il dialogo tra l’esistenza umana e l’ambiente, a strappare l’illusione che noi siamo separati dall’ecosistema, a riconoscere che siamo radicati, parti, cellule delicate e forti sulla superficie di un pianeta e che ognuno può contribuire a ricucire il legame di interdipendenza con tutti i fenomeni dell’universo.
È bellissimo sentirsi immersi nel pulsante ciclo della vita e della morte in perpetua trasformazione, attraversare i paesaggi con lo sguardo emotivo del cuore, riscoprire la dignità della vita come forza indomabile, dal valore inestimabile, capace di farci rialzare ad ogni caduta. Il cervo regale simbolo della condizione umana, abile ad ascoltare e osservare che anche dalle ferite può nascere una nuova bellezza.¹
La Natura si rigenera e ci risarcisce della perdita attraverso nuove forme, che l’artista propone trasformando la distruzione in creazione, un memento mori che ci ammonisce, ci ricorda che la morte è sì sempre vicina ma la vita è straordinaria e va vissuta con passione dando valore al presente. Sorge la scultura del cervo a misura di mondo, un’aggiunta di stupefacente resurrezione nella corona di vette dolomitiche, il corpo possente, vibrante di schegge di tronchi, la testa manifesta un palco maestoso e, fiera, va verso l’altrove dove lo sguardo domina le sagome forti del paesaggio.
Un uomo temerario l’Artista, ha dato origine a una creatura di tessuto vegetale, il legno, che torna a consolidare l’appartenenza alla Natura e a ribaltare il senso della distruzione in una nuova vita che di resilienza, rinascita, pace parla, e la tempesta passata s’acquieta in questa nuova dimensione spirituale, si ferma come il vento che non turbina più tra le gole dove ora scorrono veloci le acque del disgelo primaverile.

«Il Cervo della tempesta» mi suggerisce Cristina come titolo di questa nota di soggiorno montano, che diverrà un sostegno per quei giorni di quotidiana operosità cittadina. Sarà memoria di imponente, trionfante figura sulle discordie del male, rincuorandoci come fosse un cespuglio di rose selvatiche nel giardino innevato che i turisti percorrono in arabescate scie sul corpo della montagna.
La Natura va verso la luce, lontano va, senza tempo, va oltre e non si sofferma ad ascoltare il fragore delle bombe, la crudeltà dell’uomo verso altri simili.
Ritorna il silenzio nell’infinito naufragar della commozione.
Io e Cristina andiamo verso la seggiovia, ritorniamo a Pescul, e poi verso Santa Fosca, meta annuale delle nostre incursioni nei pensieri poetici che la val Fiorentina, scrigno prezioso ai piedi del massiccio Pelmo, conferma liberi e fiduciosi che gli esseri viventi smetteranno di fare e farsi del male.
Rondini montane, sconosciute alle nostre informazioni faunistiche, ci accolgono al rientro, garriscono in concerto e noi due donne sorelle, vicine al loro volo nel fresco morire dell’inverno, ascoltiamo la Natura che non parla, sorride.
La felicità è semplice.
Le foto sono una gentile concessione dell’autrice

Veramente un pezzoo bellissimo che ci riporta alla nostra natura più semplice e nobile,quella di esseri che respirano immersi nel creato da qualcuno che ci aveva concepito come abitatori di un bellissimo ed immenso giardino,dove avremmo potuto esprimere tutte le nostre più elevate capacità intellettuali, e manuali.Ma noi abbiamo subito inventato nemici, guerre e devastazioni,denaro e loschi affari,sopraffazioni e schiavitù…
Brano bellissimo, commovente a tratti. ma mi ricorda quel poveretto che, gettatosi nel vuoto dalle torri gemelle in fiamme, pensava:” Per ora tutto bene, per ora tutto bene …”.
Quanto a Nostro Signore, visto quello che noi abbiamo inventato (guerre, ecc) mi viene da dire:
o ha fatto un qualche errore nel costruisci così cattivi e allora la sua onnipotenza è in dubbio,
o non ha previsto quello che sarebbe accaduto e allora è in dubbio la sua onniscenza.
In ogni caso, un piccolo Dio, al quale, diciamolo, è proprio andato tutto storto.
No,caro Arturo,di wuesto abbiamo snche già parlato,un Creatore giusto che ci ha donato la Libertà di Scegliere ed agire,anche a scapito di danneggiare la sua opera.Tu il.libero atbitrio come dono non lo vuoi proprio accettare ma chi ama veramente lascia libera la sua creatura senziente,non si crea un robot obbediente