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Tra le onde del mare

In questi giorni si discute sulla presenza o meno di mine nello stretto Hormuz; sembra che siano lanciate da razzi o più tradizionalmente dalle navi che le rilasciano lungo il loro percorso.

Droni marini, droni aerei, droni che cadono sulle spiagge, droni fuori controllo o che invece colpiscono perché molto ben controllati.

Imbarcazioni di fortuna galleggiano instabili perché sono cariche di uomini, donne e bambini, ammassati gli uni sugli altri, senza cibo, senza acqua, in mezzo alle deiezioni e alle urine, uomini, donne e bambini che cercano di rimanere vivi anche quando i loro ignobili traghettatori li gettano in mare a centinaia di metri dalla costa. Alcuni non sanno nuotare, alcuni sono già corpi senza vita da giorni, alcuni sono neonati o bambini molto piccoli e soli. Qualcuno forse ce la farà, nonostante tutto.


Intanto, ignara spettatrice, la superficie di quel mare è appena increspata, in un giorno pieno di sole.


Un ragazzo è seduto sulla panca di un piccolo gozzo di legno e sta remando. La ragazza seduta a prua lascia cadere una galletta ad ogni colpo di remo di suo fratello e con l’altra mano afferra un pugno di brumeggio dal secchio accanto a lei e lo getta sulla galletta appena lanciata. La barca fila silenziosa ancora un po’ dopo che il ragazzo ha smesso di remare; le gallette sono tutte in acqua in una fila abbastanza ordinata, poi, qualcuna comincia ad affondare e a riaffiorare più in là per poi scomparire di nuovo. Il ragazzo ha ripreso a remare con più vigore verso quelle gallette: un pesce ha abboccato e tenta di tornare sul fondo del mare trascinando la galletta, ma il suo sforzo è inutile, non può opporsi alle leggi della fisica. La ragazza a prua con un grosso retino tira su ogni galletta, il pesce finisce nel secchio, l’esca viene rimessa e la pesca ricomincia.

Il brumeggio è finito e la pasta di pane per l’esca è poca per continuare. Ridendo e contando più volte i pesci nel loro secchio, i due fratelli si annusano poi le mani puzzolenti di pane raffermo, di lezzo marino e prima di riprendere i remi per il moletto, si tuffano più volte, come facevano da bimbi, come fecero quella volta quando non sapevano ancora pescare e da quel medesimo moletto si divertivano a fare gare di tuffi.

Lui più grande di qualche anno, le mostrava con una certa spavalderia la sua maggiore abilità…lei non se la prendeva, anzi, ridendo della propria goffaggine, cominciava a bere acqua salata e rischiava di affogare, ma il fratello l’acchiappava per le trecce e la tirava a galla e insieme tornavano a tuffarsi ancora più spensierati di prima.


Intanto, ignara spettatrice, la superficie di quel mare era appena increspata in un giorno pieno di sole.


Erano andati avanti così per un paio d’ore, non c’era anima viva oltre a loro al mare, i loro schiamazzi non disturbavano nessuno. Ad un certo punto la bimba aveva alzato lo sguardo verso il ponte sopra di loro, dove un capannello di persone stava agitando le braccia. “Guarda” aveva detto al fratello “Ci stanno salutando” e lui subito un po’ strafottente: “Hanno capito che facciamo una gara e ci fanno il tifo!” Avevano ricambiato il saluto soddisfatti di avere un pubblico e poi erano schizzati di nuovo in acqua.

Dopo pochi minuti però un uomo stava correndo sul vialetto che portava al moletto e gli stava gridando di uscire subito dall’acqua.

Una mina stava lentamente avvicinandosi verso la costa. La gara di tuffi era finita. Tornarono a casa velocemente, in mutande e scalzi, i capelli fradici, le dita vizze, delle mani e dei piedi. La paura per il pericolo scampato li aveva ammutoliti, qualcuno gli dava pacche sulle spalle e mentre una donna che conoscevano appena li aveva avvolti in un asciugamento, rassicurandoli che la loro mamma stava arrivando, lui aveva avvicinato la bocca all’orecchio di sua sorella e aveva sussurrato: “Comunque ho vinto io”, “Non è vero!” aveva risposto lei piagnucolando.


Intanto, ignara spettatrice, la superficie di quel mare era appena increspata, in un giorno pieno di sole.


Oggi il vento di scirocco ha girato a libeccio. Alcuni gabbiani in cielo sfruttano le correnti e volano lo stesso senza muovere le loro ali.

Le onde sono rumorose e si infrangono sulla riva e poi tornano indietro lasciando la loro spuma che poi si dissolverà fino all’arrivo della successiva. Alcuni ragazzi si tuffano in quelle onde, altri, i più esperti le sfidano con i loro windsurf. A volte cadono ma in pochi attimi sono di nuovo in corsa sulle loro tavole in un viavai di vele variopinte che danzano sulle onde offrendo a chi li guarda dalla riva, uno spettacolo mozzafiato.

“Stasera il mare è già scaduto, approfittane” dice un ragazzo con un surf sotto il braccio ad un altro che pare sia venuto da Firenze proprio per uscire con il suo windsurf.

A riva ci sono i più piccoli che si divertono a raccogliere gusci di conchiglia e legni trasportati dal mare. Facevano la stessa cosa anche i miei figli, i miei nipoti e a pensarci bene lo facevo anch’io.

Quando ancora non avevo l’età per andare a scuola e le estati erano interminabili, il più grande divertimento di noi bambini al mare, era aspettare che qualcuno dei gadgets muniti di piccolo paracadute, lanciati dagli aerei pubblicitari finisse sulla riva, vicino a noi. A volte, se si aveva fortuna, riuscivamo a trovarne qualcuno anche dopo molti giorni che era stato lanciato da uno di quei piccoli aerei che passavano sopra la costa trascinando enormi striscioni con la pubblicità di un prodotto commerciale.

Poi, con il disappunto di molti della mia età, i lanci furono proibiti perché i bambini rischiavano di affogare pur di raggiungere qualcuno di quegli oggetti che non sempre atterravano vicino alla riva.

Domani forse il mare sarà di nuovo calmo e tornerò portando anche il mio cane che non ama le onde che si infrangono sulla riva.

Non ha una grande abilità nel nuoto, il suo galleggiamento somiglia a quello di un piccolo sommergibile in avaria, ma si diverte a prendere i legnetti e a scavare buche.


Intanto, ignara spettatrice, la superficie di quel mare sarà appena increspata in un giorno pieno di sole.

L’immagine di copertina è stata creata con OpenAI

Elisabetta Lorini

Pubblicato inBlogBlogAla2026

Un commento

  1. Arturo Arturo

    Tutto molto bello. Il mare appare simbolo di una ambiguità : da una parte la nostra colpevole indifferenza verso le tragedie del Mediterraneo e non solo, dall’altra il sovrano distacco da ciò che è solo lieve increspatura nell’oceano del tutto.

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