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Alieno. Recensione di Paolo Baroni

Alieno di Manolia Gregori

“Va bene, avete vinto. (…) Ma ora devo dire. Devo spiegare. Raccontare.”.

Fino dalle prime righe di Alieno si sa che la decisione di scrivere questo libro è a detta di Gregorio, il protagonista e voce narrante, una resa e una necessità.

Questo romanzo fu scritto davvero per resa e per necessità. L’autrice non appena ebbe finito la prima stesura del romanzo, mi disse: “L’ho vomitato”. E la frase è già di per sé molto indicativa. È stata una resa perché la mia amica ha dovuto abbattere ogni resistenza, ogni reticenza ad aprirsi, a svelarsi, è stata una scrittura necessaria perché è una meditazione vitale sulla propria persona, sulla sua unicità; un’analisi accurata su se stessa e sulle vicende della sua vita e sulle persone che hanno fatto da corona al suo mondo. Certo Manolia ha cercato di non svelarsi apertamente; si è celata sotto le vesti di un personaggio maschile unico e irripetibile: un protagonista non solo completo e magistralmente delineato, ma addirittura portatore di un modo di sentire e di pensare talmente ricco, sfaccettato, multiforme, da risultare per certi versi disorientante agli occhi del lettore meno attento. L’autrice si proietta all’interno di una storia plausibile, allo stesso tempo mirabolante, fantastica, ma non fantasiosa. Gregorio è un bravo ragazzo, timido, sensibile e già alla fine del primo capitolo, ci accorgiamo di amarlo.  Ma lui non è Manolia Gregori, così come l’autrice non si esaurisce certo in lui. Manolia è in Gregorio così come Gregorio è in Manolia, ma entrambi sono anche altro. Siamo di fronte a un gioco degli specchi, un labirinto di Dedalo costruttore e prigioniero Manolia/Gregorio, autore e protagonista si distinguono, si fondono, si mescolano; si svelano e si nascondono.
Ma concentriamoci sull’autrice e cerchiamo di rispondere alla domanda chi è Manolia Gregori?
Sarebbe troppo semplice, troppo comodo dire: è una professoressa di lettere, una narratrice colta ed elegante, un’osservatrice attenta degli esseri umani che usa la lingua italiana con una facilità e una ricchezza insolite. Non sarebbe un’analisi distante dalla realtà, ma sarebbe insufficiente per dare una risposta soddisfacente alla domanda.

Alla lettura di questo suo romanzo, il primo che Manolia Gregori abbia voluto pubblicare e certamente quello in cui lei si è aperta maggiormente, occorre aggiungere una conoscenza diretta dell’autrice. E possiamo conoscere Manolia solo praticandola e condividendo le sue peregrinazioni nel quotidiano. Io sono qui per aiutarvi.

Conosco Manolia dalla metà degli anni ottanta, quando insegnavamo al Vespucci. Dapprima il nostro fu un rapporto ordinario fra due colleghi che si stimavano; una relazione entro i canoni della normalità fra docenti che amano il proprio lavoro e che agiscono nel rispetto degli alunni. Entrambi eravamo orientati a operare per scoprire le individualità e i lati positivi degli studenti più che le mancanze e gli scostamenti dal modello di bravo scolaro. Giorno dopo giorno, ci avvicinammo l’uno all’altra, dapprima, per questa consonanza di tipo metodologico e valutativo, in seguito per il nostro amore per la letteratura e la poesia, infine per una contiguità di tipo personale che non esito a definire “famigliare”.
A scuola eravamo in completa sintonia quando si parlava della classe nei consigli e agli scrutini e, quando, in seguito, cominciammo a redigere a due voci diplomi umoristici personalizzati da distribuire alle cene di fine d’anno, cominciammo anche a divertirci un sacco.
Una cosa è certa, sia in occasioni goliardiche e conviviali, sia durante gli incontri istituzionali e professionali, sia nei rapporti personali, Manolia spiccava per le sue innegabili capacità nel capire e descrivere le persone. Era, ed è ancora, abilissima nell’illustrare con poche parole azzeccate l’intima essenza di chi le sta di fronte. In genere le sue “sentenze” sono mirate a mettere in risalto il lato positivo dei soggetti, ma in qualche caso, quando occorre, sa dare anche giudizi severi, sebbene sempre motivati. Insomma un’insegnante attenta e impegnata, un’amica preziosa che sa dare il meglio di sé per capire i pregi delle persone, ma che non tralascia di illustrare difetti e colpe quando ci sono.

A questo punto non rimane che mettere in campo il lato nascosto. Non un lato oscuro, come quello che ha reso miliardaria la Sig.ra Rowling madre di Harry Potter, tuttavia una certa gradazione di “divergenza”. Manolia, già assolutamente priva di preclusioni e preconcetti e assolutamente perspicace, mostra nelle relazioni umane una complessità atipica, come se fosse dotata  di uno zoom che incrementa la sua capacità percettiva. Insomma Manolia possiede un quid che la rende diversa, aliena appunto, non perché più lontana, semmai più vicina agli altri, è capace di capirli, di vederli dentro, di scorgere cose che noi “non alieni” non vediamo.
Quando Manolia mi informò di questa sua “peculiarità”, io da convinto illuminista e positivista, rimasi abbastanza scettico e freddo. Ci trovavamo a una gita scolastica a Siena, città che la nostra autrice adora e in cui ha passato anni piacevoli da studentessa. Se non ricordo male, eravamo entrati con gli studenti nel magnifico atrio dell’Accademia Chigiana, quando la mia amica e collega indicandomi un severo candelabro in ferro battuto che pendeva dal centro della volta mi confessò candidamente: “Paolo, io vedo un corpo appeso a quel gancio. Forse un impiccato, un suicida, non so bene. Lì c’è stato un uomo appeso, ne percepisco ancora il dolore”. Non ricordo che cosa risposi in quel momento. Forse minimizzai dicendo qualche battuta scema o tergiversai. Ma dopo quella volta ho avuto altre occasioni per imbattermi nelle facoltà aliene di questa mia singolare amica. Doti orientate ad aiutare, ad alleviare il dolore delle persone, a capirle, ad avvicinarle. Talenti che si palesavano in massaggi terapeutici al volo in sala professori, o nell’ imposizione delle mani per “scoprire” malanni nascosti nel corpo di amici e conoscenti; campanelli fulminati con un semplice sfioramento delle dita, monitor del computer che si rifiutavano di accendersi una volta che lei aveva premuto l’interruttore.
Insomma un tipo interessante non c’è che dire. Quando una come lei decide di prendere la penna per scrivere una storia che parla della famiglia, dell’amore, dalla morte, dell’amicizia, dell’invidia, dell’odio, il tutto contornato dalle meraviglie che pavimentano la strada di un essere assolutamente eccezionale, beh, la cosa si fa appetitosa.

Quindi, chi è Manolia per me? Manolia è una persona che sa vedere, capire e descrivere, ma soprattutto sa aiutare. Il suo modo di mostrarsi può sembrare ruvido, perché privo di infingimenti e smancerie, ma è espressione di una genuina reale effettiva disponibilità ad essere presente e attenta agli altri.

Concludo dicendo che ciò che  mi ha conquistato in questo libro al di là della storia è prima di tutto il modo di narrare. A Manolia Gregori bastano poche parole, per farci vedere una persona, per descrivere un sentimento, una situazione. Sono come colpi di pennello, segni inequivocabili della capacità di usare la lingua in modo caldo e creativo.

Ecco tre esempio presi a caso dal primissimo capitolo:

La voce narrante parla di una lezione noiosa tenuta da una professoressa ottusa e insensibile su un poeta qualsiasi e scrive:mentre un’oca grassa disquisiva su un qualche poeta parolaio

Poi più sotto, parla del nonno amorevole e dice:
È vero che mi arrivavano anche le sue frustrazioni, le delusioni, un sottofondo doloroso, ma tutto il resto era puro splendore. Mio nonno era dorato. Tutto intorno alla sua figura, al suo corpo, c’era una linea dorata, netta e sottile che lo illuminava.

Infine guardiamo come descrive il timido sorriso della sua amata:
Lei si scusava e sorrideva appena, ma il suo sorriso non saliva fino agli occhi, era una smorfia appena accennata, che le accendeva una fossetta sulla guancia. Una fossetta soltanto non due.

Leggete Alieno e avrete davanti a voi una galleria di personaggi intensi, tangibili da aggiungere a tutte le altre persone che avete incontrato nella vostra vita.

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