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Cicale e formiche

.... poi venne l'inverno e la cicala, con la neve che c'era, non trovava più niente da mangiare. Allora si rivolse alla formica chidendole un po' di cibo, ma la formica ...

Tutte le cicale ricordavano la vecchia storia e se la raccontavano l’un l’altra come leggenda dei tempi passati.
In effetti la storia, probabilmente costruita dalle formiche a loro gloria, non era aderente alla realtà.
In quella storia, la cicala cantava e cantava godendosi il sole, mentre la formica previdente lavorava e lavorava, incurante del caldo e della fatica, per mettere al sicuro la scorta di cibo per l’inverno che sarebbe venuto.
Il fatto è che, sebbene non ci sia niente di male nel cantare e nel godersi il sole dell’estate e che sgobbare tutto il tempo non sia il massimo della felicità, non è affatto vero che la cicala cantasse e basta.

La cicala, non avendo niente di particolarmente urgente da fare, pensava. La qual cosa, il pensare, non poteva essere fatta dalla formica, così indaffarata e così stanca.
E a che cosa pensava la cicala tra una cantatina e l’altra? Si preoccupava, come la formica, dell’inverno che sarebbe venuto e del rifiuto che la formica avrebbe posto alla sua domanda di cibo.

Ora, non è che la cicala cantasse così, tanto per cantare: il canto della cicala serviva a tracciare il territorio. Il territorio di sua proprietà che si estendeva, più o meno, fin dove il suo canto fosse udibile. Come una recinzione ideale che delimita una propietà privata.

Ma allora, con quale diritto la formica lavorava raccogliendo ogni ben di dio da un territorio che apparteneva alla cicala? C’era o non c’era il diritto di proprietà privata? Se c’era (lo dice la parola “privata”) questo privava la formica del diritto di raccogliere alcunché; se non c’era era il caso di regolamentare la questione con apposita legge.

Fu così che la cicala si rivolse al Padreterno. Con le dovute maniere, con le giuste procedure, la necessaria insistensa e la relativa pazienza; cosa che la formica non poteva fare perché non aveva tempo: aveva da lavorare lei, mica poteva perdersi in ciance!

Il Padreterno dette ragione alla cicala; non poteva fare altrimenti: lei cantava così bene…

Avuta copia della legge, la cicala si rivolse con garbo alla formica ingiungendole di cessare, magari con comodo, la raccolta di cibo su una proprietà privata che non le apparteneva. Le disse anche che questo gesto, se ripetuto, poteva configurarsi come furto e a lei, la cicala, sarebbe spiaciuto molto essere costretta a denunciare la formica che, in fondo era tanto brava e tanto operosa.

La formica non è che ci capisse molto, ma il fatto di dover smettere la raccolta l’aveva capito molto bene ed era diperata : «Ma se smetto la raccolta, cosa mangio quest’inverno? Cosa darò da mangiare alle mie piccole larve? Tu non puoi farmi questo!».

La cicala si commosse; lei non voleva mettere alla fame nessuno e l’idea di quelle piccole larve affamate non la poteva tollerare.
Fu generosa. Disse alla formica di continuare pure a raccogliere il cibo dal suo territorio e che, del cibo raccolto lei, la cicala, si contentava solo della metà: l’altra metà la lasciava alla formica e alla sua prole.

La formica trasse un respiro di sollievo e ringraziò la cicala di tanta generosità. Anzi, promise che i pezzi migliori, tra quelli raccolti, li avrebbe messi da parte per la signora cicala che era stata così generosa.

La questione del formicaio, al momento non fu sollevata.
Sì, perché il formicaio era stato costruito su un territorio appartenente alla cicala. Quindi era una costruzione abusiva e, come tale, avrebbe dovuto essere demolita.
A meno che… a meno che la formica non pagasse una tassa per ottenere un condono; insomma, per chiudere un occhio e non pensarci più.
Ma la cosa non apparve realistica. Perché se era vero che la formica non poteva fare a meno della cicala e dei suoi permessi, era anche vero che la cicala non poteva fare a meno della formica e del suo lavoro.

Quindi il formicaio, condono o no, non si poteva toccare. Però non si poteva nemmeno espandere senza l’approvazione della cicala e del Padreterno. (Che poi, in fondo, erano la stessa cosa).
Anche se, diciamolo francamente, se si fosse espanso sarebbe stato un affare. Più formicaio significava più formiche, più raccolto e quindi più guadagno per la cicala.

Che già ora, in fondo, la parte di raccolta a lei spettante era molto superiore alle sue necessità, tanto che una buona quantità veniva accumulata a costituire quello che si potrebbe chiamare un capitale.

Quindi, quando la formica chiese timidamente se avesse potuto scavare qualche altra galleria, sempre che la cicala non avesse niente da ridire, quest’ultima, esultando in cuor suo, finse di fare buon viso alla cattiva sorte.
Un altro formicaio? Mi rovini il territorio, la natura incontaminata, dove metti il terreno di risulta, ecc.
Comunque, proprio perché sei te… sia.

Ma il problema era un altro: la mano d’opera.
Come poteva la formica distrarre una parte delle operaie dalla raccolta per dedicarle allo scavo. La scorta per l’inverno non sarebbe stata più sufficiente a sfamare la colonia e le sue giovani larve.
«Ci penso io – disse la cicala in un impeto di generosità – tu scava e io ti darò una parte del raccolto che ho capitalizzato per far fronte ai tuoi bisogni”.

«Già – obbiettò la formica – ma come faccio a restituirtelo?».

Ma no, nessuna restituzione. Certo che, a quel punto, il nuovo formicaio non poteva essere proprietà della formica. Te capisci: costruito su terreno della cicala, con capitale fornito dalla cicala, il legittimo propietario non poteva essere che la cicala.

Chiedi al Padreterno se non ci credi.

In seguito alla costruzione di un secondo formicaio, alla cicala pensante venne l’idea della concorrenza (libera, naturalmente) e…

ma dobbiamo proprio continuare?

L’immagine in copertina è di Elf-Moondance (Pixabay.com)

Arturo Falaschi

Pubblicato inBlog

2 commenti

  1. rosalba volpi rosalba volpi

    Un’interpretazione geniale, anche se io continuo a tifare per la cicala, non in quanto capitalista ma in quanto artista. Anzi, considererei il canto una forma di alleviamento della fatica della formica, per cui potevano forse autogestire il territorio con scambi in natura…

  2. Marco Marco

    Questo racconto l’avevo già sentito quando Arturo ce l’aveva letto dopo averlo appena scritto. Arturo è geniale e originale come sempre. Argomenta con lucidità e provoca e, di conseguenza, scatena sempre dibattiti e confronti molto accesi. In questo racconto “umanizza” la natura, il mondo degli operosi (formiche) e quello degli “spensierati” poco inclini a pensare al futuro (cicale). Nel mezzo infila speculatori di ogni genere e, come sempre, con la sua logica stringente, confonde le acque e i ruoli. Un gioco che fa riflettere. Bravo Arturo Falaschi

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