Questo testo è dedicato a uno degli uomini che ha fatto la storia dello sport italiano, della pallavolo e non solo. È dedicato a Julio Velasco. A raccontarlo è Silvia Cilliano, redattrice, SEO copywriter e grande appassionata di volley e di sport. Il suo primo ricordo è la finale olimpica di Atlanta ‘96, quando i Fenomeni di Velasco vinsero un argento che ancora oggi ha del clamoroso.
C’è stato un momento in cui ho sottovalutato Julio Velasco, lo ammetto. Ho nutrito verso di lui un forte pregiudizio, quando è stato nominato allenatore della Nazionale femminile nel 2023. Pensavo che fosse ormai troppo in là con gli anni, che avesse già vinto ciò che poteva vincere, che non allenasse da troppo tempo, che fosse poco moderno.
Non avevo fatto i conti con i suoi celebri occhi di tigre, che ho avuto modo di guardare con maggiore consapevolezza in questi anni; quando allenava la nazionale maschile e la Panini Modena ero troppo ingenua per capire.
Ho sempre ammirato Julio Velasco. Oggi lo ammiro ancora di più perché, ogni volta che lo sento parlare, mi arriva la sua umanità, il suo coraggio, la sua lucidità, la sua determinazione, la sua capacità di leggere le situazioni e la vita, la sua discrezione. Il suo esempio.
Di Velasco mi piace soprattutto la sua capacità di rimanere se stesso, sempre. Di prendersi le responsabilità e fare scelte che possono sembrare audaci, per non dire sbagliate e assurde, ma sono semplicemente coerenti e attente. Mi piace moltissimo il fatto che non si atteggi a guru. Mi piace la sua capacità di essere uomo, nel senso più autentico. Qualcosa che va oltre le vittorie.
Chi è Julio Velasco? Brevi note biografiche
Argentino, nativo di La Plata (9 febbraio 1952), segno zodiacale acquario, il suo destino era certamente fare l’insegnante ed è quello che fa da una vita. La Storia, quella con la S maiuscola, non gli ha però reso la vita semplice.
Velasco, da giovane, ha vissuto il periodo storico più buio dell’Argentina. Quello della dittatura di Videla, dei desaparecidos. Studiava filosofia a La Plata, sognando di fare l’insegnante, e, lucido nel comprendere che rischiava la vita, si trasferì a Buenos Aires. All’università era stato un militante di sinistra, era facile che una persona sotto tortura potesse fare il suo nome. Aveva bisogno di passare più inosservato.
Il fratello Luis non fu altrettanto accorto, pensò che bastasse porre termine alla militanza. Non bastò, venne catturato e torturato. Fortunatamente tornò, ma furono tanti gli amici che Velasco vide sparire, furono oltre 30.000 i desaparecidos in Argentina.
È proprio negli anni della dittatura argentina che Velasco inizia ad allenare nella pallavolo. E lo fa con successo, ricoprendo il ruolo di vice-allenatore della sua nazionale e centrando un traguardo storico: la medaglia di bronzo ai mondiali del 1982, giocati proprio in Argentina.
Nel 1983 arriva in Italia e dopo una breve tappa a Jesi, in A2, viene chiamato dalla Panini Modena, che è alla ricerca di un bravo allenatore che costi poco. È la svolta non solo per la società emiliana, ma per la pallavolo italiana, perché è a Modena che, sotto la guida di Julio Velasco, si costruisce il primo nucleo della generazione di fenomeni: quella di Lorenzo Bernardi, Andrea Lucchetta, Luca Cantagalli, Fabio Vullo – l’escluso di lusso dalla nazionale – e molti altri.
Velasco viene nominato allenatore della nazionale maschile nel 1989. Vince tutto, gli manca solo l’oro olimpico, che però, così almeno ha sempre dichiarato, non ha mai vissuto come un’ossessione. Ma non allena solo in Italia. È stato anche alla guida dell’Iran, della Spagna e di nuovo dell’Argentina, per citare alcune sue esperienze.
Ha allenato la nazionale femminile già nel 1997, ma anziché concentrarsi sulla seniores, ha preferito riformare il settore giovanile, contribuendo attivamente a fondare il Club Italia. È grazie al suo lavoro ultra-trentennale che il volley in Italia è uno sport capace di generare talenti. E di vincere in tutte le fasce d’età.
Velasco, le vittorie con la nazionale femminile alle Olimpiadi di Parigi, ai Mondiali in Thailandia e alle ultime due VNL le ha costruite partendo da lontano.
E la vita privata? Si sa che è sposato e che ha due figlie. Ma questi sono fatti suoi. E li tiene molto riservati.
Per approfondire…
Per approfondire ecco i link a due interviste memorabili a Julio Velasco. Buona visione:
- https://www.raiplay.it/video/2018/01/Milano-Roma-Serena-Dandini-e-Julio-Velasco-31437405-6863-4695-a315-354bc88e46aa.html Dialogo con Serena Dandini, un piccolo gioiello, durante un viaggio da Milano a Roma. Emerge il Velasco filosofo, quello che ama Cortazar, e che ama la vita. Un Velasco nel fiore degli anni, quando ha vinto tutto con la maschile e sta per lanciarsi in nuove avventure con la femminile. E naturalmente anche qui si parla dell’argento di Atlanta.
- https://www.la7.it/la-torre-di-babele/rivedila7/la-torre-di-babele-il-coraggio-di-vincere-e-di-vivere-26-01-2026-629854 Il Velasco di oggi, in tutta la sua umanità. Un dialogo alla pari con un intellettuale, Corrado Augias, che non fa sconti a nessuno.
Perché parlare di Julio Velasco: il suo modo di essere leader
Velasco è un allenatore che riesce a tirare fuori il meglio dai suoi giocatori e dai suoi collaboratori: vedi la scelta come vice nella femminile di Massimo Barbolini, che lo aveva affiancato a Modena e nella maschile, di Lorenzo Bernardi (Olimpiadi), Juan Cichello (post-olimpiadi) e ora Valerio Lionetti, senza mai trascurare la scelta delle figure giuste tanto nelle giovanili quanto nelle nazionali B.
Sa essere spietato e duro, basta guardare alcuni dei time-out con la nazionale femminile nelle gare ufficiali: non risparmia nessuna, con la sua durezza. Non esita a togliere nessuna, nemmeno Paola Egonu o Alessia Orro, se è quello che serve fare.
Però sa difendere con la stessa durezza le sue giocatrici: guai a toccargliele. Anche in questo caso un esempio pratico: gli occhi di tigre in difesa di Stella Nervini, la più giovane del gruppo, durante il quarto di finale agli ultimi mondiali contro la Polonia, guardata male da una giocatrice avversaria più esperta. Velasco guardò la giocatrice polacca dicendo qualcosa tipo “veditela con me”, e poi ammise ai giornalisti che non dovevano toccargli Stella, che è la più giovane della squadra.
Non esita a escludere nomi eccellenti, Vullo tra gli uomini e Francesca Bosio oppure Ofelia Malinov, ma anche Caterina Bosetti, più recentemente, tra le donne. Ma Velasco sa vincere le sue scommesse. Lo ha fatto nell’ultimo mondiale con Stella Nervini, lo ha fatto con Gaia Giovannini già alle Olimpiadi, lo ha fatto con Carlotta Cambi come vice di Alessia Orro al palleggio.
Lo ha fatto con l’autorevolezza che si è costruito negli anni.

Cosa ci insegna Velasco
Cosa ci insegna Velasco? Moltissime cose. Che si può essere umili e responsabili. Che è importante vivere il presente, il “qui e ora”, come dice spesso. Sicuramente saprebbe rispondere alla domanda che si pone Sorrentino nel suo ultimo film, La grazia, con eleganza. La domanda è “di chi sono i nostri giorni?”, pochi lo hanno sicuramente più chiaro. In fondo doveva insegnare filosofia, la vita gli ha poi fatto cambiare completamente rotta.
Velasco ci insegna anche che lo sport non è la vita, ma è importante essere autonomi e autorevoli, come lui insegna alle sue giocatrici. È questa la chiave per costruire una mentalità vincente.
Ci insegna ad amare i giovani, a trattarli nel modo giusto, a difenderli quando necessario, a spronarli con durezza quando serve. A non dire “noi eravamo meglio”, perché bisognerebbe confrontare i migliori delle generazioni, se proprio si volesse cadere in questo pregiudizio.
Ci insegna ad amare chi si sceglie e a dare fiducia. Chi viene scelto da lui sa che dovrà fare i conti con la sua durezza, ma si sentirà sicuro, in fiducia, perché scelto.
Velasco ci insegna che la vita è impegnativa, ma vale la pena giocarla. Che la pallavolo è prima di tutto divertimento, anche se ti toglie qualche anno di vita, come durante le ultime partite del mondiale femminile: vedi alla voce semifinale contro il Brasile e finale contro la Turchia.
Ci insegna a prenderci con serietà, senza cadere nella seriosità. Ci stimola certamente a essere persone migliori, rimanendo umili. In fondo è sempre un insegnante, è questo ciò che più ama e sa fare meglio.
Grazie per essere arrivati fino in fondo, viva lo sport, viva la pallavolo!
Immagine di copertina: Wikipedia Commons
Altra immagine: Freepil
Silvia Cilliano

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