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Odori, pieghe, cuciture e amore… STIVALI

In questo articolo Michela Castellani ci ricorda il valore aggiunto delle piccole cose, dei piccoli oggetti che sanno dare gioia. Riporta a un sapere artigianale: a un tempo che esiste ancora.

Un paio di stivali, regalo di Natale della quinta elementare, mi hanno segnato per sempre.

Quando indosso qualsiasi oggetto, dalle scarpe al cappello, le mani cercano le cuciture di allora, i sensi tentano di scoprire qualcosa dell’oggetto che ho in mano e che mi metterò addosso. 

Come se il tempo dedicato a capire chi ha fatto quel calzino, chi ha cucito quei jeans, chi ha confezionato quel maglione fosse il modo di voler più bene alle persone.

Si risveglia il senso dell’artigianato, del fare con le mani, delle persone che producono, anche se molti degli oggetti che riempiono i miei scaffali e i cassetti del mio armadio non sono propriamente “artigianali”, ma sono rappresentazione di come l’artigianato si è dovuto piegare ai comandamenti del progresso.

Eppure nella mia testa ogni cosa rimanda a quegli stivali che andai a scegliere in un tardo pomeriggio, dopo la scuola a tempo pieno, col mio nonno Bruno, accompagnata dalla mia mamma e la mia sorellina. 

Ci raggiunse anche il mio babbo, dopo aver dormito, perché smontava da un turno di lavoro iniziato la mattina presto. Questo rito di acquisto collettivo era nel più bel negozio di scarpe di allora e… forse anche di ora. Il negozio ha sede nel medesimo posto, resistendo al progresso degli acquisti on line. Qualcuno direbbe che è un caso da studiare!

Il mio sguardo aveva catturato in vetrina un paio di stivali color bronzo con la risvolta color oro. Di pelle morbida, con la punta allungata – mi ricordavano gli stivali del gatto con gli stivali -, stivali da fiaba.

Dentro il negozio la commessa, che mi conosceva bene perché mio nonno era molto amico del proprietario e ogni tanto passavamo a salutarlo, mi fece sedere sul puffettone rosso in attesa di provare gli stivali. 

Mi portò un altro paio di stivali che la mamma le  aveva indicato come più adatti alla mia età: erano beige, di camoscio, con la cerniera di lato per agevolare la calzata e con un ricamo di un fiore sull’esterno della risvolta fissa. Quelli in vetrina, secondo la mamma, erano da donna.

Toccavo e ritoccavo gli stivali beige che avevano la suola di para, una gomma vegetale che viene dal Brasile come la cera carnauba – che mi rimanda ad un’altra storia, ma la racconterò un’altra volta -.

Gli stivali di camoscio, morbidi e con la cerniera, mi stavano benissimo, ho sempre avuto le caviglie sottili, ma non erano quelli della vetrina.

Con gli stivali beige indosso mi diressi verso il retro della vetrina e allungai la mano per prendere quelli di pelle. La commessa mi disse che se volevo potevo provarli, perché indossavo il 36 e il numero c’era. Nel frattempo arrivò anche il mio babbo, che appena mi vide con gli stivali da donna in mano li prese e li dette alla mia mamma per restituirli alla commessa, che stava arrivando con il 36 dentro la scatola.

Ci fu un attimo di imbarazzo e mio nonno mi portò sul puffettone e mi fece togliere uno dei due stivali beige, in modo che la commessa potesse mettermi quello che aveva appena tolto dalla scatola: uno stivale lucido, morbido, con la suola di cuoio vero, liscio, scivoloso, con la possibilità di piegarlo e fargli una risvolta che metteva in risalto l’interno color oro. Le cuciture erano a scomparsa, quindi la risvolta completava perfettamente lo stivale e potevi decidere quanto farla alta, trasformando lo stivale: alto al ginocchio senza risvolta oppure stivaletto basso bicolore, tipo texano.

Per non sciupare la pelle non feci alcuna risvolta, pensavo che avrebbe preso la piega e che non si potesse ritornare alla forma originaria, ma la commessa con sicurezza mi fece vedere come poteva essere piegata la pelle e che non si sarebbe sciupato nulla. Mi disse: sono artigianali…

Ecco, quella parola “artigianali, “artigianato”, fatti con cura, meglio se a mano…

Ma non erano ovviamente fatti a mano, sarebbero costati una cifra inaccessibile per noi, però erano artigianali, ovvero “fatti bene”, non si sarebbero sciupati, sarebbero durati nel tempo, sarebbero stati un bell’acquisto, anche per i piedi di una bambina, quasi ragazzina.

Questo fu il messaggio che arrivò alla mia mamma e quindi, disse alla commessa di farmi provare anche l’altro piede, togliendomi lo stivale di camoscio da bambina.

Eccomi lì, in negozio, sul tappeto, con due stivali ai piedi, con la suola di cuoio vero che scivolavano sulla superficie morbida. Ricordo che avevo ancora il grembiule bianco della scuola che sbucava dal piumino celeste con le righe orizzontali bianche e nere sulle spalle e sotto il grembiule i pantaloni di felpa tirati su per indossare gli stivali al meglio.

Il mio babbo mi guardò distrattamente e disse che erano molto belli, però un po’ da grande. Forse stavano bene solo con le gonne o con un vestitino, invece nella mia testa li vedevo con i jeans dentro, ma io avevo solo jeans a zampa. Era il 1979 e forse ero fuori moda.

Oggi ho quasi 60 anni e da allora ho toccato, sfiorato, odorato, provato, rovinato, cucito, aggiustato, costruito, recuperato, comprato, perso, rotto, regalato, prestato, avuto in regalo tantissimi oggetti che mi hanno messo in contatto con sensazioni vere e suscitato amore per l’artigianato.

L’artigianato è disciplina e ricerca, costanza e pazienza, se si sbaglia si deve buttare via tutto e ricominciare da capo, specialmente nei tessuti, nella sartoria, nella pelletteria, nella gioielleria, nella tappezzeria…si deve provare e riprovare, allungare, accorciare, tagliare, avere tempo…

Michela Castellani

Immagine di copertina: foto di Michela Castellani, per gentile concessione dell’autrice

Altra immagine: fonte, Magnific

Pubblicato inBlogBlogAla2026

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