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Numeri

Pubblichiamo questo articolo di Vincenzo Sacco in un tempo in cui la parola guerra risuona con forza, per ricordare come sia crudele e spietata, anche nei suoi residui bellici. Lo dicono i numeri di questo racconto, apparentemente astratti, che raccontano di privazioni e sofferenze.

2

47

479

32

521

In una fredda e umida notte d’inverno tra il 2 e il 3 marzo del 1944 il treno 8017 parte dalla piccola stazione di Balvano, a poche decine di chilometri da Potenza.  È un lungo convoglio formato da 47 carri merci trainati da 2 locomotive pesanti agganciate una dietro l’altra.

La mezzanotte è passata da poco e il treno imbocca una delle tante gallerie di quel tracciato di montagna che collega la Campania con la Lucania. Una volta raggiunta Catanzaro i carri merci avrebbero caricato legname per ricostruire ponti bombardati. La guerra era passata, ma aveva lasciato pochi collegamenti stradali e ferroviari in funzione. Quello tra Napoli e Potenza era uno di questi. 

479 tonnellate era il peso complessivo dei carri. I vagoni merci dovevano essere vuoti. Non lo erano: un piccolo esercito di uomini e donne occupava l’interno dei vagoni. Come mai erano su un treno merci in transito su un impervio percorso di montagna? Chi erano? Per capirlo dobbiamo tornare a quei giorni disperati, in un paese distrutto dalla guerra che era ben lontana dall’essere finita. A Napoli non c’era più nulla da mangiare.

Persone di ogni ceto cercavano di spostarsi dalla città verso l’entroterra dove agricoltura e pastorizia, seppure con difficoltà, continuavano a funzionare. Il potentino era una di queste zone, così in moltissimi cercavano di raggiungere le terre lucane per acquistare generi alimentari da riportare a casa.

Erano lunghi viaggi della disperazione. Certo c’era anche chi cercava di approfittare della situazione e si dedicava a una povera borsa nera di prodotti alimentari. C’erano anche altre tipologie di viaggiatori come studenti universitari con i loro professori, medici che dovevano raggiungere ospedali lontani, militari, ferrovieri. I convogli passeggeri erano pochi, su quella linea c’era un solo treno per settimana. Così i più frequenti convogli merci ospitavano centinaia di passeggeri abusivi, con la complicità del personale delle ferrovie e dei militari. Tutti chiudevano un occhio, spesso entrambi. 

Ma torniamo al treno 8017. Procede lentamente a causa della pendenza. Le due enormi locomotive imboccano un buio tunnel. All’ingresso un cartello recita: Galleria delle armi. La pendenza aumenta. La velocità si riduce. Le grandi ruote di ferro iniziano a slittare sulle rotaie. I macchinisti delle due locomotive portano le caldaie alla massima potenza.

32 tonnellate è il peso stimato delle persone a bordo dei carri, quasi tutte addormentate. Il peso complessivo del convoglio supera di poco la capacità di traino in salita. Il carbone utilizzato è di bassa qualità. Produce un gran fumo ed esalazioni mortali di ossido di carbonio. Il treno rallenta sempre di più. Si ferma. 

I primi a perdere i sensi sono proprio i macchinisti. Avrebbero potuto invertire il senso di marcia, se avessero avuto tempo. Non lo ebbero. 

Nel silenzio della Galleria delle Armi si verificò il più grande disastro ferroviario della storia italiana. A pochi chilometri dall’uscita della galleria, nella stazioncina di Bella-Muro, nessuno si preoccupò di capire perché il treno 8017, partito da Balvano, non fosse transitato. Ore dopo un macchinista sopravvissuto riuscì a tornare indietro e a dare l’allarme. Soltanto la mattina fu possibile agganciare il convoglio e trainarlo di nuovo fino alla stazione di Balvano. 

Ai soccorritori si presentò una scena apocalittica. Centinaia di corpi riempivano i vagoni merci. Quasi tutti erano morti nel sonno. Furono ammassati sulla banchina della stazione. Si salvarono quelli che occupavano l’ultimo vagone. Era rimasto fermo nei pressi dell’entrata della galleria e non fu investito dai fumi mortali. Non è mai stato fornito il numero esatto dei morti, le stime più precise parlarono di 521 vittime.

Quello che avvenne dopo il disastro è il frutto dello stato di guerra e della volontà di rimuovere la memoria collettiva. L’incidente fu causato da una serie di tragiche coincidenze, ma ci furono molte responsabilità che non vennero mai appurate completamente. Restano molte domande alle quali non è stato possibile dare una risposta.

I poveri resti umani della tragedia furono caricati su alcuni camion e furono seppelliti in tutta fretta in una fossa comune ricoperta da calce viva. Il piccolo cimitero di Balvano non poteva ospitare tanti corpi. L’incidente fu considerato un evento bellico. Non era vero, ma questo servì a coprire mancanze ed errori umani. 

Le notizie sulla tragedia furono poche e largamente incomplete. Una ricostruzione abbastanza dettagliata dell’accaduto fu pubblicata, a puntate, sulla rivista L’Europeo negli anni Cinquanta. Poi più nulla. 

Restano i numeri di un disastro che la Storia del nostro paese ha dimenticato.

Tra le vittime ci fu un chirurgo che insegnava all’Università di Bari. Perse la vita insieme ai suoi allievi che si spostavano dalla Campania per seguire le sue lezioni. Il medico campano è ora il personaggio di una produzione cinematografica realizzata dall’associazione culturale padovana ABRACALAM. Si tratta di un cortometraggio autoprodotto, tratto da Le cicatrici dei ricordi, racconto incluso nell’antologia pubblicata da A.L.A. nel 2023 dal titolo La Punta dei fanciulli e altri racconti.

Il racconto e il film hanno l’obiettivo di ridare luce a una tragedia della nostra storia a più di ottant’anni di distanza. L’evento deve insegnare quanto tragiche possano essere le conseguenze di una guerra, oggi più che mai. 

Vincenzo Maria Sacco

Immagini dell’autore. La copertina è stata realizzata con Microsoft Copilot.

Pubblicato inBlogBlogAla2026

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