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La veste della pittura

Nell’arte è compresa la pittura. Nei gesti misurati dai passi del pennello, s’incontrano colori, toni, linee e le parole appaiono sotto forma di immagini. Opere del talento umano che raccontano segreti dissimulati in dolcezza, discorsi velati di brucianti passioni, apparenze interiori, vasti temi, allegorie di vita, nature impetuose e sereni cieli dove gli sguardi disperdono i pensieri.

È prudente però fermarsi, accettare dell’immagine pittorica il mistero che sempre nasconde.

Così penso alla meraviglia, allo stupore, all’esaltazione che muove lo spostamento di forze dalla mano alla tela, al muro, ai fogli, dall’apparenza al fenomenico, dall’estrazione dell’idea alla materia viva che si muove intorno ai nostri giorni di tempi e spazi domestici e a cui si risponde con ipotesi e libertà. Le storie gentilmente si ribellano a supponenti giochi di parole. Nell’arte l’origine ha sorgente nel vago abbraccio della poesia e dipingere diventa il ritmo musicale di voce cristallina e sincera. Velature, apparenze, occasionali pretesti d’espressione in volo pindarico o astratti silenzi. Immaginazione incantevole, compagna di creature polimorfe e sogni. In pittura, la storia ci rivela il fiume di migliaia di esperimenti, generi, stili, confinati nella nostra memoria, veloci come una folata di vento nel confronto con le fantasie di oggi.

La pittura parla attraverso descrizioni, temperamenti, traduzioni di disegni mentali, non si attiene a regole fisse, si dilata e restringe in base a mode, commerci, gusti, denaro, e molte altre pseudo-convinzioni. È l’occasione per la Bellezza di rimanere, resistere, di stare in mezzo ai guai odierni come radice profonda, immersa nella terra da cui nutre un albero gigante che sovrasta le brutture e spande la sua delicata ombra nel mondo.

Siccome, non si può rimanere a metà viaggio, aggiungo un esempio di lettura di immagine, personale interpretazione di un testo figurativo che parte da riferimenti precisi e si estende al quotidiano vivere.

Giorno 44 del lockdown anno 2020 – Firenze.

Il Ritratto di Carlo I in tre posizioni (1635) è uno dei tanti che Antoon (Antonie) Van Dyck (Anversa 1599- Londra 1641) dipinse per il re d’Inghilterra Carlo I Stuart (1600-1649).
Tre volti simili alle foto segnaletiche di un ricercato scattate al comando di polizia.

Antoon van Dick ritrasse re Carlo I d’Inghilterra in tre differenti posizioni perché il dipinto doveva essere inviato a Roma per facilitare e rendere più preciso il lavoro dello scultore Gian Lorenzo Bernini, che era stato incaricato di realizzare un busto marmoreo del sovrano.

Il mio Carlo è un cane, un bulldog francese blu e di regale ha solo l’aspirazione. Dorme sempre appiccicato, russa come un tamburo e spara puzzette mefitiche.

Forse anche Carlo I d’Inghilterra aveva gli stessi ‘delicati’ vezzi, ma essendo un re con sembianze umane e non un cane, non c’era da appuntarne i difetti ma solo i pregi dell’autorevole posizione.

Van Dyck, ce lo mostra vestito all’ultima moda, capelli fluenti e barba curata.
Uno e trino ci guarda, si guarda. Un’autocelebrazione mi pare, di un potere chiuso in sé stesso, ottuso e vanitoso. Nel triplice ritratto, il protagonista indossa tre vesti di colori differenti, sontuose, luminose di velluto e seta ripetono lo stesso colletto di elaborato pizzo che sorregge la testa dal volto mellifluo. Un dettaglio non sfugge al nostro occhio attento, nel ritratto di tre quarti, semi nascosto da un ciuffo di capelli scuri, pende una perla a uso d’orecchino. Un vezzo dicevo, una perla docile simbolo di purezza, qui potente pungolo di potere divino.

La biografia di Carlo I non rimanda a grandi esperienze politiche, e per rimanere in tema di vezzi, colpisce la sua ossessiva ricerca di un assolutismo monarchico che mal s’adatta alle genti inglesi. Abituati a essere sottomessi e allo stesso tempo a sottomettere popoli, gli inglesi riuscirono a disfarsi di lui decapitandolo. Un’illusione ci pare il dipinto, van Dyck crea l’illusione di interessi di superficie: ha abbigliato in atteggiamenti convenienti il carattere del re. Colori, movimenti, sguardi seguono una luce che non altera la bellezza in alcun modo, solo alcune nubi scure, scenario del cielo alle spalle del protestante sovrano, preannunciano aria di tempesta, allusione di travagliati tempi.

Distinguo oggi che il mio cane Carlo, fedele al padrone, vivrà accudito e riverito come un re. Carlo I con le sue smanie di grandezza farà invece una vita da cani, randagia di dignità e forse quelle nuvole che Van Dyck prevede sulla sua testa significano che a nulla vale essere un re fra uomini assetati di libertà.

La pittura fiamminga è percezione ottica di rimandi, precisa, dettagliata, dissipa le discrepanze fra i contenuti e le forme. Madre della tecnica a olio, riuscì a carpire all’umido clima nordico la resistenza dei colori impostando i caratteri di una nuova esperienza artistica.  

Ora, vorrei fermarmi e non allungare il ‘sermone’ e vi invito a provare a scrivere d’arte, sfidando con le parole ciò che gli occhi vedono, e se son fiori fioriranno e d’impressione si muoveranno, leggeri sull’acqua come le Ninfee di Monet, se son pensieri in trame geometriche brilleranno, veloci spunti per nutrire le nostre anime, che nel figurativo troveranno certezze e nell’astratto ideali misure e spirituali memorie.

Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi nella Chiesa di Orsanmichele, Firenze

Anna Pagani


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