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Vecchio Scarpone

(Le immagini sono ricavate da uno spartito di proprietà dell’autore)

Mia mamma, che si chiamava Gina, come si vede dal nome scritto sullo spartito, era una maestra elementare, sapeva suonare il pianoforte e leggere la musica. Possedeva una raccolta di vecchie canzoni: Papaveri e papere, Canzone da due soldi, La Cumparsita, ecc. Sulla copertina di ogni spartito un’immagine stile sussidiario illustrava il titolo. Io ero affascinato dall’illustrazione di Vecchio scarpone. Un profilo di montagne faceva da sfondo a uno scarpone e a una stella alpina. La marcetta era decisamente gradevole, affascinante per un bambino. Mi ricordo che mi dilettavo a canticchiarla da solo o in gara con mia sorella.

Nel pentagramma e in calce, si poteva leggere il testo.

Lassù in un ripostiglio polveroso
fra mille cose che non servon più,
ho visto un poco logoro e deluso
un caro amico della gioventù.

Va bene, il nostro paroliere aveva ritrovato un vecchio scarpone consumato fra vecchie cianfrusaglie. Un’immagine forse banale ma si è letto e ascoltato di peggio. Continuiamo.

Qualche filo d'erba col fango disseccato,
fra i chiodi ancor pareva conservar,
era uno scarpone militar.

Ma come, conservi uno scarpone militare nel ripostiglio (poi perché uno solo?) e non ti degni nemmeno di toglierci il fango secco? Non ce l’hai una moglie, una fidanzata, una mamma che te lo tiri dietro quello scarpone lercio?

Leggiamo il ritornello:

Vecchio scarpone quanto tempo è passato,
quante illusioni fai rivivere tu.

Quali illusioni? La giovinezza? Da militari siamo giovani, se non siamo marescialli, colonnelli o generali. Ma non è un’illusione, è un periodo della vita che passa, durante il quale costruisci te stesso e il tuo futuro. Puoi sprecarlo, puoi farlo fruttare ma è la realtà.

Ma certo, il paroliere intendeva le speranze, i progetti che si accarezzano da giovani e che spesso sfumano nel nulla o si rivelano irrealizzabili. Quando diventi più maturo vedi questi sogni non compiuti come illusioni. Ma non lo erano. Sei tu che sei stato debole, che non ti sei applicato a sufficienza. Non sei riuscito a diventare uno scrittore e sei finito a scrivere le parole delle canzonette?  Non ne avevi le capacità, oppure sei troppo pigro per scrivere qualcosa di più impegnativo.

Andiamo avanti.

Quante canzoni, sul tuo passo ho cantato
che non scordo più.
Sopra le dune del deserto infinito,
lungo le sponde accarezzate dal mar,
per giorni e notti assieme a te ho camminato
senza riposar.

Qui tutto normale. Una volta da militari si camminava tanto e si usava cantare marciando.
In guerra magari si sarebbe evitato, perché ti sparavano in mezzo agli occhi.

Ma forse il nostro soldato non era in guerra e tanto meno in prima linea, ha marciato e marciato e non ha visto la morte in faccia. Infatti…

Lassù fra le bianche cime
di nevi eterne immacolate al sol,

Visto? Neve e sole, niente cecchini, niente nemici.

Peccato che oggi le nevi eterne si siano sciolte…

cogliemmo le stelle alpine per farne dono ad un lontano amor.

Ecco perché le stelle alpine sono scomparse dai nostri prati di montagna… se ogni soldato ne faceva un mazzolino per la sua bella…

Vecchio scarpone come un tempo lontano, in mezzo al fango con la pioggia e col sol

Eccolo il fango che poi non è stato scrostato.

forse sapresti, se volesse il destino camminare ancor.

Finalmente un concetto forte e degno di essere cantato.

Lo scarpone forse saprebbe dirti se il tuo destino vuole che tu continui ad andare avanti.

Certo, che bisogna andare avanti! Siamo nei primi anni Cinquanta, la guerra è finita. C’è tutta l’Italia da ricostruire. Non c’è bisogno che te lo dica una scarpa!

Il finale:

Vecchio scarpone, fai rivivere tu
la mia gioventù!

La canzone è del 1953, ma non è questione di età. Ce ne sono di più antiche con parole sincere e immortali, intrise di saggezza o di candore; canzoni classiche o popolari ricche di poesia, pensiamo ai versi immortali di Munasterio e Santa Chiara. Immagini ironiche come in Papaveri e papere o concetti satirici e surreali come in Maramao perché sei morto.

Le parole di Vecchio scarpone già nei primi anni Cinquanta erano già stantie, come il fango disseccato.

Paolo Baroni


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4 commenti

  1. Patrizia Salutij Patrizia Salutij

    Un bel commento davvero. Un’analisi serena e profonda su quella che avevamo considerato una canzonetta, come Papaveri e papere. Che è tutt’altro che la banale fischiettata che sembra…

  2. Arturo falaschi Arturo falaschi

    Un’analisi del testo addolcita per palati piccolo borghesi. La canzonetta, come altre della san Remo dell’epoca, segnano una poco mascherata nostalgia del passato regime e della guerra dalla quale eravamo appena scampati.
    Lo scarpone camminava per deserti e cime nevose non per panoramiche passeggiate, ma per partecipare a una guerra terribile che viene adombrata con una sorta di perversa nostalgia. Il “se volesse il distino sapresti camminare ancora” non è il riproporsi di giovanili scampagnate ma la disponibilità a ulteriori guerre che, all’epoca, non erano così improbabili.
    Il genere non si ferma qui: basta pensare a “Vola colomba”, “Tamburino del reggimento” e un’altra di cui non ricirdo il titolo ma che fu interrotta dai fischi e le urla del pubblico. La trasmissine radio fu, naturalmente, interrotta.
    Era una cultura sotto traccia che ci ha portato a Portella delle ginestre, piazza Fontana, ecc. Sotto traccia come Gladio, la P2, ordine nuovo, ecc.

    • Vuoi un commento? Sono d’accordo. C’è da aggiungere che chi di noi ha vissuto quegli anni sa che siamo usciti dalla retorica e dalla propaganda post fascista con lentezza. Ma ne siamo usciti per arrivare a De André, a De Gregori e al sessantotto.
      Il problema è che il passato fa di nuovo capolino e noi non abbiamo più la forza di andare in piazza. Forse.

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