Abbiamo proposto a Patrizia Salutij un testo sul Vernacolo. Ci è sembrata l’autrice ideale in virtù dei diversi scritti già pubblicati sul Tirreno e per ALA. Patrizia non si è tirata indietro, anzi: ha accettato con entusiasmo. Riportandoci un’immagine del Vernacolo com’è: provate a fare un giro al mercato del pesce…
Sbaglia chi pensa che una lingua, anche imparata verosimilmente bene, possa sdoganare chiunque la voglia parlare come un nativo. Questo hanno da capire quelli che “sì son quarant’anni che sto qui, lo saprò come funziona…”.
No, non lo sanno e non lo sapranno come funziona fino in fondo, perché bisogna essere umili e rispettosi verso le culture diverse, le abitudini, i gusti, le credenze, la cucina, i proverbi, le tradizioni, gli orari, i passatempi, le scurrilità del luogo.
Poi è necessario essere consapevoli che non si arriverà mai alla conoscenza completa, comunque vada, perché quella lingua e quell’aria lì non l’hai succhiata con il latte materno. Perché da ragazzino non ti sei picchiato con i tuoi amici nati nel tuo quartiere, oppure perché non hai mai fatto finta di studiare con il tuo compagno di classe mentre invece vi raccontavate le prime barzellette sconce rubate al mercato del pesce o chissà dove.
In buona sostanza, non puoi venire al mondo in una città, paese, isola, montagna che sia, averci trascorso gli anni della prima e seconda infanzia, venire portato via, trapiantato in un posto sufficientemente lontano e sentirti esperto autoctono anche lì. Lo ridico, non funziona. Non sarai mai di lì o di là; mi spiace per quelli che credono il contrario, ma è così.
A maggior ragione se pretendi di parlare, scrivere, dissertare, criticare, biasimare persone, situazioni o fatti relativi al Pentagono del Buontalenti o poco più fuori da lì. Stiamo parlando di Livorno, signore e signori, e dei suoi fenomeni socio-linguistico-culturali, inclusi pesci e molluschi degli specchi d’acqua antistanti le sue coste. Stiamo parlando di un’enclave, cioè di un territorio quasi interamente circondato da un altro Stato (sic!), la Toscana, in cui è incastrata con un salvifico sbocco sul Mar Tirreno (o anche Ligure, te lo passo a voler essere pignoli come il mio buon amico Arturo).
Doverosa premessa, questa, nei confronti e nel rispetto di tutte le singolarità dei luoghi con cui abbiamo a che fare per residenza, lavoro, vacanza, studio, semplice attrazione o altri fattori di spinta: ci vogliono rispetto e umiltà, perché l’errore, il fraintendimento, può sorprenderti quando meno te lo aspetti.

Ora, un discorso a parte e in più, come hai già capito, merita proprio Livorno con tutti i suoi figliòli, appunto. Perché si tratta di entità scabrose, difficili da maneggiare, anche con tutta la cura che ci metteresti. Parlando di espressioni e di lingua, poi, se scegli di non soccombere allora devi tenere testa a tutti quei modi di dire, locuzioni, frasi, termini, moccoli e parolacce, enunciati scandalosi che di punto in bianco ti si potrebbero parare all’orecchio. Nelle varianti che innumerevoli giocano a formare significati spesso non proprio palesi e talvolta criptici addirittura, all’interno del vernacolo livornese devi sapere come smarcarti, come palleggiare, rigirare l’avversario con le sue stesse abilità semantiche filtrandole in quell’area di sottile cultura della sopravvivenza che è anche la sua, ma meglio, così quell’altro ci resta ancora più male.
No, guarda, non credere di dribblare il problema con una ricerca in rete e con un copia/incolla, sai. Perché le sfumature sono tante e non è detto che un termine valga comunque. Dunque onestamente devi chiederti come faresti se le tue conoscenze in fatto di livornesità fossero limitate solo a quelle sperimentate nei tuoi più recenti decenni di vita (fossero anche quattro o cinque), a maggior ragione. Guarda che con la sicumera non si scherza, e il gioco potrebbe farsi semanticamente pericoloso, poi peggio per te, sei avvisato. Faccio un esempio.
Al banco degli ammollati ordini un trancio di stoccafisso, te lo incartano e ti chiedono 20 euro. Davanti alla tua faccia sorpresa, il banconista ti fa: “Eh, è un casino coi prezzi. Lo so, dartronde aomenta tutto… e a vòrte le ‘ose ‘un si trovano neanche a pagàlle bene”. E siccome i fatti nostri a Livorno non è dato di farseli sempre, il cliente accanto a te magari ti fa: “Eh, oggi se aiai, sunai… òi!”. Non è cinese, guarda ti aiuto con la doppia lettura, come si fa coi rebus: “Eh, oggi se hai hai, se non hai… ohi!”. Come dire: “Se hai i soldi, ti puoi permettere tutto, se non ne hai… son dolori”.
E te che anche se a Livorno ci sei da quando eri al liceo, mi dici come fai a capire, se sei nato a Champoluc e lì hai imparato il francese, a bere latte appena munto e a mangiare fontina a merenda allo scampanìo di pezzate rosse? E se poi in casa, per buon peso, ti proibivano anche di dire “culo”? Inutile, non puoi farcela, dài.
Dice, e allora come si fa a farcela? Niente, si sta nel nostro. Mica è necessario dissertare, parlare, scrivere, sparolacciare come un livornese verace? Disserti, parli, scrivi, sparolacci come lo faresti, o come non lo faresti dipende dai costumi, al tuo paese. Per forza non si fa neanche l’aceto e non ti verrebbe bene.
Più avanti mi addentrerò nell’impegnativo mandato formativo, se mi sarà concesso e richiesto, di farti capire quanti perigli un navigatore di foravìa debba affrontare allorquando decidesse, cazzi suoi, di tuffarsi nelle acque ìnfide della Calafuria culturale e linguistica labronica. Intanto fammi sapere se questo ti è garbato.
Le immagini sono una gentile concessione di Patrizia Salutij, che ringraziamo per la sua disponibilità e ironia.

Ganzo deh!
Dove si dimostra che se si fa per ride si fa per ride ma se si fa sul serio, si fa sul serio. O, viceversa, se si fa sul serio si fa ride e se si fa ride si fa sul serio.
Aggiungo che il vernacolo e il dialetto possono segnare, oggi, l’ultimo baluardo culturale e politico contro il conformismo dilagante, la globalizzazione, il lavaggio dei cervelli. Perché dietro quei linguaggi popolari c’è ancora una visione della città e dei rapporti interpersonali alternativi e critici. Per questo vanno conservati e diffusi, non certo insegnandoli (hai ragione te, non si imparano, si vivono), né attraverso un deprimente teatro, ma reintroducendoli nel normale intercalare.
A questo proposito mi viene da chiedere perché, in alcuni dibattiti esaltanti il nostro vernacolo, si parlasse un perfetto italiano ornato da qualche inglesismo e non il vernacolo stesso.
Aspetto il seguito Patrizia, magari scivolando dall’italiano al livornese.