Tema 10: Figure di riferimento
Mio nonno era alto. Magro, quasi sottile, ma con due spalle aperte e forti.
Aveva il viso liscio, senza rughe, la pelle chiara e due grandi occhi scuri.
Anche le sue mani erano lunghe.
Portava sempre un cappello di feltro ben piantato sulla testa. Aveva pochi capelli, lisci, fini e bianchi. Erano l’unico segno dell’età.
Si muoveva con sapienza, economizzando ogni gesto.
Parlava poco e sempre a bassa voce.
Mio nonno fumava il toscano.
Lo divideva a metà e lo faceva durare a lungo.
Il suo sigaro puzzava da morire, specialmente quando lo riaccendeva dopo averlo spento.
Io detestavo il suo odore e spesso scappavo via.
Andava a finire che ci rinunciava spesso, perché preferiva me al suo toscano.
Mio nonno amava i cavalli.
Li conosceva, li capiva con un solo sguardo.
Teneva sempre dei cavalli in campagna.
Quando gli amici gli facevano notare che erano una rimessa, li lasciava dire, ma non ci rinunciava mai.
La sua cavalla preferita era una baia, un po’ matronale. Si chiamava Crocerossa.
Quasi ogni anno c’era un puledro nuovo. Qualche volta ospitava cavalli non suoi, cominciava a domarli e poi li montava o li dava via.
Non sapevo mai quanti cavalli avrei trovato nel recinto in collina, quello che finiva in discesa vicino all’argine di un torrente che non si seccava mai del tutto, neanche nelle estati più calde e secche.
Non sapevo ancora camminare la prima volta che montai a cavallo.
Mio nonno aveva fatto modificare il pomello di una vecchia sella maremmana e lo aveva sostituito con un quadratino imbottito.
Lui saliva in sella e qualcuno mi avvicinava, lui mi prendeva e mi faceva sedere sul cuscinetto.
Mi avvolgeva con le sue braccia, teneva le redini corte, e dava il via a Crocerossa.
La cavalla andava piano, senza scosse sull’erba del recinto, come se scivolasse nell’aria ed io ero felice.
Così mi hanno detto.
Non posso ricordarlo, ma ci credo.
Adoro l’altezza, adoro la velocità, adoro il senso di assoluta libertà, che si prova andando a cavallo.
Poi diventai più grande e lo convinsi a farmi montare da sola.
Ci vollero moine a non finire e non pochi problemi da affrontare, perché tutte le selle erano troppo grandi, le staffe troppo lunghe ed io troppo corta per vedere qualcosa stando dritta, ma mio nonno trovò la soluzione: una sella inglese, fatta per un pony secondo me, che poté essere adattata ad una cavalla normale in un modo un po’ buffo.
Ovviamente le redini le teneva lui, ma io potevo fingere di essere sola.
Questo me lo ricordo bene.
Era difficile montare, non ci arrivavo proprio, ma Crocerossa si accostava vicina vicina allo steccato, aspettava che salissi ferma e paziente e sopportava quella stupida sella piatta e piena di cinghie scomode.
Gliela aveva trovata il suo amico Francesco.
Lui i cavalli li allevava.
Purosangue o mezzosangue.
Aveva alcune fattrici e uno o due stalloni selezionati. Quelli cambiavano spesso ed io non capivo perché.
Non avevo il permesso di avvicinarmi a loro, se non c’era mio nonno o il suo amico, neanche per offrire qualche mela.
Era una delle pochissime cose che mi erano rigorosamente proibite.
In realtà gli stalloni erano più belli da lontano che da vicino, mentre i puledri erano sempre meravigliosi.
Una volta Francesco mi propose di provare un pony.
Aveva preso l’impegno di tenerlo per fare un favore ad uno dei suoi clienti. Il pony era vecchiotto. Ormai i figli del cliente erano cresciuti e nessuno lo cavalcava più, ma lui non voleva venderlo, perché era stato un buon compagno per i bambini e meritava una vecchiaia affettuosa.
Il pony era goffo, grasso e pigro.
A me non piaceva molto, ma la sua taglia era molto più giusta per me.
Lo provai, cercai di farmelo piacere, ma non mi riuscì.
Mio nonno mi chiese: «Vuoi che lo portiamo da noi?»
Fu facile dire di no.
«Non sembra neanche un cavallo, nonno, lascialo qui, non mi piace per niente». Gli risposi senza esitazione.
Mio nonno ne fu contento.
«La piccola ha buon gusto, caro Francesco, proprio come me». Disse sorridendo.
Non succedeva spesso. Aveva un’espressione grave, seria, che scoraggiava molte persone. Ovviamente non me.
Mi bastava guardarlo negli occhi e capivo subito il suo stato d’animo.
Qualche volta mio nonno aveva uno sguardo triste e lontano.
Io gli andavo in braccio e lo costringevo a lasciare qualunque cosa stesse facendo.
Quando diventai troppo grande, lo abbracciavo stretto senza dire nulla.
A mio nonno faceva piacere.
In qualche modo intuivo che voleva che lo raggiungessi.
Stavamo in silenzio per un po’.
Lasciavo sempre che parlasse lui per primo.
Quello era il segnale che era tornato da dovunque fosse andato.
Non gli ho mai chiesto a cosa pensasse o cosa rivedesse nella sua mente, non perché non fossi curiosa, capivo che gli faceva male e che non dovevo farlo.
Mio nonno faceva sempre a modo suo.
Di nascosto a tutti mi portava nella stalla delle vacche, mungeva un po’ di latte e ce lo bevevamo così come era, tiepido e dolce senza farlo bollire.
Mia madre e mia nonna gli dicevano di non farlo, che andava pastorizzato, etc. etc., ma lui se ne infischiava ed io ero completamente d’accordo con lui: così il latte era perfetto, molto, molto meglio di quello bollito.
A tutti e due piaceva un sacco sfidare “le autorità”.
Io non potevo farlo spesso, ma lui si.
Anche questo lo rendeva speciale.
«Le autorità erano mia nonna e mia madre».
Comandavano in molti campi: la cucina, la spesa, i vestiti, la Chiesa, tutte cose che a mio nonno raramente interessavano.
Mio nonno non discuteva con le “autorità”.
Quando lo seccavano troppo, si alzava dritto e impettito, faceva una faccia impenetrabile e usciva.
Io lo seguivo sempre.
Qualche volta andavamo al recinto, altre volte salivamo in paese, ma i momenti più belli erano quelli in cui prendevamo Crocerossa e ce ne andavamo a spasso.
Cominciava ad essere scomodo montare in due. Ero più grande, quasi toccavo le staffe.
Lo disse mio nonno, di punto in bianco: “Non ci entriamo più sulla stessa sella. Devo trovare qualcosa”.
Mi spaventai a morte: voleva dire che non mi voleva più con sé? No! Non poteva essere!
Per la prima volta ebbi paura di chiederglielo.
A lui potevo dire tutto ma, quella volta, ero terrorizzata.
E se mi avesse detto che non mi voleva più? Se lo avesse fatto davvero sarei morta di dolore, come un’eroina dei romanzi medievali, come Isotta o Biancamano.
Anche quelli li leggevamo insieme.
Piacevano più a lui che a me, ma li leggevamo insieme, o, per meglio dire, ero io che leggevo.
A mio nonno piaceva come lo facevo.
Lui leggeva lentamente ed io no, tutto qui.
Mio nonno sentì che qualcosa non andava, lo sentì anche Crocerossa che si fermò.
«Voglio dire che devo trovare un cavallo tutto per te, che sia adatto a te».
Inutile dire che sarei morta anche in quel momento, ma di felicità, sempre come le eroine dei romanzi del nonno.
Un cavallo tutto per me, proprio mio!
Non c’era niente di più bello, di più desiderato, niente!
Andammo da Francesco a vedere i puledri.
Mio nonno li studiò bene e li scartò tutti. Discuteva sempre con Francesco sulle potenzialità dei puledri e aveva quasi sempre ragione.
In qualche modo sapeva come sarebbero stati da adulti.
Una volta, di un puledro da esposizione, disse che era cattivo.
Non sembrava cattivo, per due anni non fu cattivo, ma al terzo lo diventò.
Neanche la castrazione ne migliorò il carattere.
Aggrediva i cavalli e le persone.
Francesco, praticamente lo regalò dopo che si era preso un calcio in pieno petto che quasi gli aveva fermato il cuore.
«Lo dovevi sopprimere da tempo». Fu il commento lapidario di mio nonno.
«Te lo avevo detto che era cattivo».
Francesco non commentò, ma da allora ascoltò sempre mio nonno.
Mentre gironzolavo per le stalle vidi una cavallina.
Era adulta, ma piuttosto piccola. Aveva un manto quasi bianco con pezzature rossicce e grigie.
Non era certo una purosangue e neanche somigliava ai mezzo sangue.
Non avevo mai visto un cavallo così. Doveva essere “a pensione”.
Tornai da mio nonno tutta eccitata.
«Nonno, vieni a vedere, c’è una cavallina nuova tutta pezzata!»
Mio nonno si alzò e mi seguì col suo passo misurato e flemmatico.
«Che razza è?» Gli chiesi.
«Credo sia americana, un po’ somiglia ai cavalli selvaggi dei film western».
Aveva ragione! Somigliava ai cavalli che montavano gli indiani, quelli che perdevano sempre, ma era bella, bella e interessante.
Francesco ci raggiunse.
«Non è mia, è a pensione, almeno per ora. Il padrone se ne vuole disfare, è uno di quelli che si entusiasmano con poco e con poco si annoiano».
Mio nonno annuì. Gente così abbondava.
«E’ domata?» Chiese poi.
«Si, domata e docile come un agnellino. La vuoi provare?»
Mio nonno annuì. Sellarono la cavallina e lui la portò a fare un giro.
«Hai ragione, è di buona indole».
«Nonno posso montarla anch’io? Per favore, nonno! Posso provarla anch’io?» Chiesi supplicandolo spudoratamente.
«Devi chiederlo a Francesco, non a me», rispose con tono severo, perché odiava la maleducazione.
«Volevo dire un’altra cosa, nonno. Volevo sapere se sono in grado di montarla, certo che avrei chiesto il permesso al signor Francesco!»
Mio nonno si ammansì, e Francesco disse come da copione. «Il Signore è in cielo, io sono Francesco e basta!»
Accorciarono le staffe e, in un attimo, fui in sella.
La cavallina partì senza bisogno di incitazioni e prese subito un bel trotto serrato.
«Non ti azzardare a correre!» gridò mio nonno.
Gli ubbidii a malincuore.
Volevo correre a più non posso, volevo volare, sentire il rumore degli zoccoli diventare veloce come un crepitio, ma non lo feci.
Rimasi in sella per ore facendo tutto il recinto in su e in giù.
Non sarei mai smontata, ma si stava facendo buio e dovevamo tornare.
«Te la senti di arrivare a casa?» Mi chiese mio nonno.
Lo guardai senza capire. Certo che dovevamo tornare a casa, avevo anche fame e cominciava a far freddo ora che il sole stava calando.
Lui mi guardò con uno dei suoi sorrisi così rari, in cui c’era una nota nuova, uno spiritello malizioso.
Allora capii.
«Vuoi dire con lei? Sopra di lei? Da sola?»
Lui annuì. Mi aveva trovato un cavallo, anzi, una cavallina tutta per me.
«La sella e i finimenti te li regala Francesco, ma vuole un bel bacio». Concluse.
Mi fiondai a terra e lo abbracciai, poi pagai profumatamente il mio debito con Francesco.
«Grazie! Grazie! È stupenda. Come si chiama?» Gli domandai.
«Il suo padrone la chiamava Rosa, ma è un nome proprio idiota. Trovaglielo tu un nome come si deve. Il nome è importante». Aveva ragione.
I nomi sono importanti, è dai nomi che comincia tutto e, se sono belli, è decisamente meglio.
Mio nonno si chiamava Armando, un nome solenne, un po’ spigoloso, che gli stava a pennello, con un tocco di durezza e uno di morbidezza, il suo nome era perfetto per lui.
Altra gente non era così fortunata.
Conoscevo un Felice che aveva sempre un’aria da funerale e un Vittorio che perdeva sempre a briscola.
Rimontai in fretta perché mio nonno voleva essere a casa prima di buio e prima che le “autorità” avessero da ridire.
Anche montare era abbastanza facile, ma ancora avevo bisogno di aiuto.
«Come la chiameremo?» Chiesi a mio nonno strada facendo.
«Il nome devi sceglierlo tu». Mi rispose.
All’improvviso mi sentii addosso una grande preoccupazione.
E se avessi sbagliato?
Se non avessi saputo trovare il nome giusto?
Mi vennero in mente i nomi dei cavalli di mio nonno.
Erano decisamente diversi da Fulmine e Rosa. I suoi cavalli erano, o erano stati, Crocerossa, Baretti, Cadorna, Giusti, Occhipinti, Grolla.
Decisamente avevano nomi diversi.
«Nonno, tu dove li trovi i tuoi nomi?» Gli chiesi.
«Li trovo lontano», fu la risposta sibillina che non mi spiegava nulla.
Arrivammo a casa.
Portammo la cavalla nella stalla, le togliemmo la sella e i finimenti e ci affrettammo in casa.
Mani e viso lavati, via le scarpe fangose e toni molto educati, farciti da “grazie” e “per favore”.
Anche questo mi piaceva, il fatto che nessuno alzasse mai la voce.
Non vedevo l’ora di dire a tutti che avevo una cavallina tutta mia, ma per qualche ragione, intuii che non spettava a me farlo.
Per fortuna morivo di fame e “non si parla con la bocca piena”, tornava a mio vantaggio.
Comprare una cavalla per una bambina era decisamente eccentrico ed esagerato, mille volte più di un trenino o di una bicicletta.
Quelli non me li avrebbe mai comprati mio nonno, ne ero più che sicura.
Non avevo mai avuto un giocattolo da lui e neanche lo avevo desiderato.
Nessun gioco valeva il “Resto”, lo stare insieme, leggere i romanzi medioevali o andare in giro con lui.
Tornai a pensare al nome e non mi veniva in mente nulla.
Scartai le eroine romantiche, niente Isotta o Biancamano o Ginevra.
La cavallina non poteva portare un nome così lezioso.
Ma allora quale?
Pensai ai film western che non mi furono di nessun aiuto.
Pensai a quello che aveva detto mio nonno di come trovava i suoi “lontano”, ma io non avevo nulla in questa modalità, il mio lontano più lontano poteva risalire a una manciata di anni ed era decisamente povero di eventi.
Bene, ci avrei pensato e ripensato finché non avessi trovato il nome adatto, il nome perfetto.
Mi aiutò un sogno.
Qualche volta facevo sogni a colori, qualche altra mi limitavo a sognare qualcosa che mi era piaciuto, altre ancora avevo incubi.
Quelli erano sempre gli stessi, sempre orribilmente uguali.
Da quelli uscivo malconcia, spaventata e muta.
Quella notte sognai gli Apache, con le loro belle piume intorno alla testa, i gambali frangiati, e i loro bellissimi nomi.
Avrei chiamato Apache la cavallina pezzata, il nome era perfetto e mi piaceva da morire.
Andai a cercare mio nonno e lo trovai nella stalla intento a medicare Baretti, che ormai ci vedeva poco e che spesso si scorticava le zampe.
«Nonno, la chiamerò Apache. Ti piace? Somiglia ai cavalli degli indiani e Piccola Luna è troppo lungo. Ti piace? Ti piace davvero?»
Mio nonno ci pensò un po’, poi guardò la cavallina e annuì.
«Mi piace. Il nome va bene per lei. Te lo avevo detto che lo avresti trovato».
Aveva un’aria un po’ triste ed io fraintesi.
«Le “autorità” hanno brontolato?» Gli chiesi.
«No, non ti preoccupare, non è questo».
«E allora cosa c’è? Ti vedo un po’ triste nonno».
«Hai ragione, piccola, è che Baretti non sta bene. È vecchio ormai, ma non si rassegna a vederci poco. È proprio Baretti».
«Ma cosa vuol dire Baretti?»
«Baretti era un soldato della mia compagnia, siamo stati nella stessa trincea un anno intero. Lui non ce l’ha fatta». Concluse.
«Non ha fatto cosa? Non capisco».
Lo incalzai.
«Lui non è tornato. È morto lassù in montagna per una polmonite. Era una brava persona e un buon compagno, proprio come lui».
E mi indicò il vecchio cavallo grigio.
In un lampo capii.
Collegai le foto in divisa del nonno, le sue medaglie infilate fra i bottoni, i nomi di tutti i cavalli, la sua aria seria, la guerra.
Tutto aveva un senso.
Finalmente.

La foto è di proprietà di Manolia Gregori

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