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Il Vero raccontato con l’Arte

Immagine di copertina: Giovanni fattori, Bovi al carro, Galleria d’Arte moderna, Firenze (Public domain, via Commons.wikimedia).

M’imbatto in un rapido susseguirsi di filari. Dritti si aprono nella campagna, disegnano una griglia lunga a perdita d’occhio, leggeri i grappoli si tengono stretti alla vite, piccoli acini scuri prossimi alla maturazione profumano l’aria di chissà quali promesse. Non ne capisco di vini, di tipologie, del loro valore, se sono pregiati o no. Ammiro chi come il contadino controlla il duro lavoro di mesi e pregusta il futuro raccolto. E io cosa pregusto? Intorno c’è il caldo dei primi d’agosto, nel paesaggio maremmano una lunga strada sfonda l’orizzonte verso il mare, ne sento il lievissimo profumo salino salire verso la striscia di verde boschivo che ammanta le colline. Un’architettura perfetta di bellezza, armonia, di cielo e qualche dissonante pensiero che fruga la testa e apre le ali come fosse un rapace in cerca di cibo. Camminare e sentirsi parte di un complesso sistema di equilibri. Nel silenzioso mio interiore discorrere ascolto l’arte che diviene sostegno. La Maremma scenario di pittori che del reale contorno delle ombre carpirono la sostanza immacolata dei colori e turbolente atmosfere sconfinarono in una gioiosa rincorsa all’onirico sentimento dell’uomo, paesaggi melmosi, a volte aridi, mari tempestosi e silenzi. Silenzi aumentati da tecniche grasse, spesse, a volte voraci di tempo. Macchie dai toni ridotti al minimo dove la luce posa leggero raggio, un gentile gesto di conquista di realtà e spinte d’animi delicati.

Mi rivedo ragazza seduta sul muretto sotto il grande pergolato che mio padre costruì per decorare il giardino riservandoci nei mesi dell’anno la visione dei cambiamenti di stagione nei passaggi dei colori delle foglie e cogliere i sapori dei frutti. Resiste quest’opera d’ingegno nobile e protettiva di figli inesperti di vita tuttora, l’uva dagli acini piccoli e dolcissimi riempiono le piccole ceste dall’assonanza sacra come la cesta di frutta caravaggesca, o come le fiamminghe nature morte portatrici di valori di vita e di morte, di passaggi di vermi, corrotti dal tempo in bellezza, nelle ali di gioiose farfalle in volo verso l’eterno divenire. Anime in cammino verso l’oltre che non si conosce e non è dato conoscere se non con la fede.

Li, sotto le viti aerate, leggevo i romanzi di Jane Austen, delle sorelle Bronte e sarà per questo che oggi ancora  parlo di sentimento, in un mondo alterato dalla fretta e dal subbuglio di guerre resto ancorata alla visione dell’arte come lo sono stata di  quei tralci sottili che si allungavano sui supporti della pergola,  costruendo la struttura forte e libera dell’anima sognatrice e dico che l’Arte ha valenza universale, in una forma si condensa l’universo a noi presente che leggiamo con i processi interiori delle intenzioni. Per non complicare le cose, e rendere più semplice, vediamo il mondo per come siamo. Naturalmente. Giovanni Fattori livornese che della macchia scrisse all’amico Uzielli: “…si iniziò un nuovo passo nell’arte che si chiamò la macchia, cos’era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce”.
Una differenza sostanziale con la contemporanea pittura francese, pennellate in cui la luce, con la sua mutevole leggerezza sfaldava corpi, architetture, istanti, memorie, dissolveva architetture entrava nei corpi e ne restituiva l’impressione. Fantasmi appostati nel giorno, fra i fiori, nell’aria, tra le strade parigine o nelle campagne di caduchi papaveri rossi.

Le spatolate dei macchiaioli, invece, catturavano la luce, stendevano i colori in maniera uniforme, restituivano la consistenza ai corpi, ridisegnavano lo spazio in intarsi armoniosi. Nulla più sfuggiva allo sguardo placato da forme sicure, geometrie, colori e piani in cui la natura si confrontava con il reale.

Fattori ancora scriveva al suo amico Carlo Raffaelli: “l’arte è un sentimento, non un mestiere”

L’arte è uno stato d’animo.

Un Dopo Pranzo quel Pergolato di Silvestro Lega a me apparve un interno intimo di donne dedicate alla vita, semplici, nell’orario dorato del tramonto quando la luce entra dalle fessure della natura, piega la terra all’ultimo saluto, lascia che la calura si attenui in una brezza ombrosa di foglie. E, in un’attesa sospesa di dame solitarie nei loro interiori pensieri s’introduce una dama, una kore greca vestita da domestica, reca un bricco, un’offerta quasi una voce a dire che del giorno rimane un ricordo. Del tempo cristallina memoria dove si muovono eleganti signore, regine il cui regno è un immacolato spazio intimo di affetti domestici. Restituendo di un’epoca disordinata, il colore di una società che è frutto del Vero.

Silvestro Lega Il pergolato, 1868. Pinacoteca di Brera. Credits: Commons Wikipedia

Oggi leggo le residue parole delle lettere dei macchiaioli, respiro l’atmosfera di quei giovani che s’incontravano al caffè Michelangelo, vicino all’Accademia di Belle Arti di Firenze, il loro entusiasmo, le illusioni, le speranze, la miseria, le pene interiori, le battaglie per dare un nome al nostro Paese, le battaglie per l’Arte, le infervorate discussioni, per rompere con il passato accademico e aprire una strada alla ricerca del Vero. Un vero franco, sincero. Sull’onda di ideali risorgimentali, di unità, indipendenza, libertà.

 Ebbene poi, poi dove sono arrivati i nostri rivoluzionari macchiaioli? Si sono piegati al destino di avanguardie ancora più ardite, all’ombra di un’Arte che del Vero ha disintegrato la rappresentazione, azzardando, nel divenire, nel cubismo, nel futurismo, nell’astratto, nel surreale, nell’ipnotica metafisica, per poi arrivare a oggi che dell’Arte si parla molto e si distingue poco.

In conclusione, mi sfiora il concetto che l’Arte è un linguaggio che sempre muta, direi un cammino alla scoperta della verità, della vita, della bellezza, del bene.

Egli dice infatti che tutte le cose non sono altro che bagatelle, fanciullaggini o baggianate – chiunque le abbia dipinte – se esse non sono fatte dal vero, e che nulla vi può essere di buono o di meglio che seguire la natura […]. È Caravaggio riportato dal biografo fiammingo Karel Van Mander. Nel 1603.

Anna Pagani


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3 commenti

  1. Che cosa c’è di più affascinante, utile, prezioso di qualcuno che ci dia una mano a “vedere” l’arte con consapevolezza, a capirla, per apprezzare tutte le sue sfumature, per arricchirci e rendere la nostra esperienza visiva un incontro con la bellezza e con la pregevole grandezza dell’animo umano?

  2. Loredana Sardini Loredana Sardini

    Ho letto l’articolo tutto d’un fiato calamitata dalle belle parole che ho ‘ascoltato’ come una fiaba e attraverso di esse ho visto e sentito la bellezza dei paesaggi, della vita rappresentata e dell’animo umano.

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