Blog 2025 Tema 13
Il linguaggio filmico come strumento formativo per le professioni di aiuto.
Da bambina, mio nonno mi portò a vedere il primo film proiettato alla Casa del Popolo di Campo, un piccolo paese in provincia di Pisa. Mi sentivo emozionata: era il mio primo film “da grandi”, Il ritratto di Dorian Gray. La sala aveva semplici sedie, non poltroncine imbottite e, come schermo improvvisato, un telo bianco ma era piena di gente. Il film, in bianco e nero, raccontava la storia di un uomo profondamente fragile, disposto a tutto pur di conservare la propria giovinezza. Ricordo ancora la sensazione di inquietudine e fascino che mi lasciò quella visione: la doppiezza del personaggio, la sua bellezza immutabile contrapposta al degrado del ritratto nascosto. Sentivo il pubblico attorno a me fremere, coinvolto emotivamente, e io stessa mi sentivo parte di qualcosa di intenso e collettivo. Da quell’episodio è cresciuta in me la consapevolezza che il cinema non si guarda solo con gli occhi. Si vive con tutti i sensi.
Il linguaggio filmico, grazie alla sua capacità di creare un’esperienza immersiva, si rivela uno strumento prezioso per la formazione delle professioni di aiuto. Il cinema non solo stimola l’immedesimazione, la riflessione e l’ascolto empatico ma offre anche una palestra simbolica e protetta. Attraverso la visione guidata di film o sequenze selezionate, i professionisti possono esplorare la complessità delle relazioni umane e sperimentare cosa significa mettersi nei panni dell’altro, sviluppando così competenze essenziali per chi si prende cura degli altri.
Uno degli strumenti utilizzati nei laboratori di medicina narrativa (Rita Charon, 2006) è il close looking, una modalità di osservazione attenta di immagini filmiche o di opere d’arte visiva. Significa imparare a rallentare, ad andare oltre la narrazione, per cogliere i dettagli di un’immagine: la luce che filtra da una finestra, un oggetto lasciato in disparte, i colori dominanti di una scena, le posture dei personaggi. Ogni elemento visivo può diventare veicolo di significati profondi e non immediatamente evidenti. Quali riflessioni scaturiscono dall’osservazione attenta? Quali differenze ci sono ascoltando un film senza audio? Come cambia la percezione?
Accanto a questo, il close listening invita a porre attenzione consapevole ai suoni: musiche, silenzi, rumori ambientali. Ogni elemento sonoro costruisce atmosfera, senso, emozione, riflessione.
Un esempio particolarmente significativo è il film Mare dentro (Mar adentro, 2004) di Alejandro Amenábar, tratto dalla storia vera di Ramón Sampedro, tetraplegico che ha lottato per anni per il diritto all’eutanasia. Nei percorsi formativi dedicati ai professionisti della cura, una scena spesso proposta è “Il volo mentale di Ramón”. L’uomo, immobile nel letto, immagina di alzarsi, volare fuori dalla finestra e raggiungere il mare. La musica lirica (“Nessun dorma”), il cambio di colori (dal freddo al caldo), l’assenza di rumori reali: tutto concorre a trasportarci nel mondo interiore del protagonista. Questa scena riesce a comunicare in modo diretto e poetico il desiderio di libertà, e invita a riflettere su temi profondi come l’autonomia personale, il rapporto tra corpo e mente, la dignità della vita e della morte.
Oltre alla visione e all’ascolto consapevoli, anche il close reading, solitamente applicato alla lettura di testi letterari o poetici, può essere utilizzato nell’analisi del linguaggio filmico. Una scena può infatti essere “letta” con attenzione per coglierne i livelli simbolici e tematici, proprio come si fa con una poesia o con un racconto. Questa metodologia favorisce lo sviluppo di una sensibilità narrativa più profonda e permette di affinare la capacità di cogliere le sfumature emotive che emergono anche nella vita reale, soprattutto nella relazione con persone fragili o in condizioni di vulnerabilità.
Film come La forza della mente (Wit, 2001) di Mike Nichols, che narra la storia di Vivian Bearing, docente universitaria di letteratura inglese, affetta da una malattia incurabile, permettono di esplorare la dimensione relazionale della cura. Il film intreccia letteratura e medicina, razionalità e fragilità, mostrando il percorso di consapevolezza e dignità di una donna di fronte alla morte. Per i professionisti della cura, soprattutto operatori sanitari, guardare il film diventa occasione preziosa per interrogarsi su come si comunica una diagnosi, su cosa significhi davvero “curare”, e su quanto la relazione sia importante quanto la competenza clinica.

Perché ci commuoviamo davanti a un film? Perché alcune scene ci restano dentro per anni? Oggi, grazie alle neuroscienze, sappiamo che la visione di un film attiva diverse aree cerebrali: dalla corteccia visiva e uditiva, ai centri dell’empatia, delle emozioni e della memoria. Guardare un personaggio sullo schermo provare dolore, gioia, rabbia o amore attiva in noi, grazie ai neuroni specchio, scoperti negli anni ’90 da Giacomo Rizzolatti e collaboratori dell’Università di Parma, le stesse aree cerebrali coinvolte come se provassimo realmente quelle emozioni.
Il cinema, dunque, non si limita a raccontare ma permette di farci “vivere” esperienze emotive profonde. Non è solo intrattenimento, ma un’opportunità per riflettere su noi stessi, sul mondo che ci circonda e sulla natura delle relazioni umane. Per chi si occupa di cura, questo significa imparare a guardare e ascoltare con attenzione, cogliere ciò che non è immediatamente visibile, abitare l’emozione dell’altro.
Proprio come successe a me e agli altri spettatori quel giorno nel piccolo cinema di paese, mentre guardavamo Il ritratto di Dorian Grey, e come continua a succedere ogni volta che un film riesce davvero a coinvolgerci.
L’immagine di copertina è ricavata da freepik.com
Grazia Chiarini

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