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Esiste il parcheggio quando nessuno lo vede?
Il parcheggio che è visto non esiste quando non è visto. Infatti, perché sia visto occorrono sia l’oggetto del vedere, il veduto, il parcheggio; sia il soggetto del vedere, colui che vede, il vedente.
Mancando colui che vede, manca la visione, manca il parcheggio in quanto visto, in quanto immagine che tornerà quando colui che vede tornerà a vederlo.
Ma così come il soggetto del vedere, il vedente, continua a esistere anche quando non vede il parcheggio, il parcheggio, ciò che è veduto, continua a esistere quando non è oggetto di un vedere, quando non è veduto, quando non è quello che vedo?
Perché in effetti, quando vedo il parcheggio, che cosa vedo? Cos’è quell’oggetto, quel “ciò che vedo” e che, alle spalle della visione, è causa della visione stessa?
È proprio “ciò che vedo” e che è manifestato da quello che vedo. È, effettivamente, “quello” che vedo, il quid che, essendo quello che vedo, non è quello che vedo ma ne è la causa: “il ciò” di quello che vedo.
Così, il parcheggio che vedo è immagine del parcheggio che vedo ma non è il parcheggio che vedo, essendone solo immagine e pur essendolo, quindi.
Allora, cos’è quel parcheggio che vedo e che, alle spalle del suo essere visto, è effettivamente “ciò che vedo” vedendolo. Quel parcheggio che vedo e che permane oltre il mio vederlo è, chiamiamolo così, l’anima del parcheggio.
Se guardo la mela, che cosa vedo? Vedo la buccia della mela, non la mela. Ma è proprio vedendo la buccia della mela che vedo la mela.
Giochi di parole? Forse, ma non proprio.
Basta sostituire gli oggetti del gioco (il parcheggio, la mela) con altri, per dare un colpo d’ala alla riflessione.
Il cosmo, per esempio, l’universo, il mondo.
Se l’universo è quello che vedo, è legittima la domanda: esiste l’universo quando non lo vedo? Quando nessun essere vivente lo vede?
Si può risponde no, perché qualsiasi cosa vista non può essere vista in assenza di colui che la vede. Allora, essendo numerosi gli esseri senzienti che percepiscono l’universo, esistono, in quanto visti o percepiti, tanti universi quanti sono gli esseri senzienti stessi. O almeno le classi di esseri senzienti (uomini, animali e, perché no, piante).
Altrimenti diventa legittima la domanda circa “il ciò” che in effetti vedo percependo l’universo.
Se l’universo, essendo quello che vedo, è immagine di ciò che vedo, cos’è “quel ciò” di cui l’universo che vedo è, appunto, immagine? E che, essendone immagine, non lo è, pur essendolo. (La buccia della mela che, mostrando la mela in quanto immagine vista, e pur non essendo la mela, mostra la mela stessa).
“Quel ciò” che, alle spalle di quello che vedo, è quello che realmente vedo quando vedo quello che vedo.
Cos’è quell’universo che rimane, impassibile, anche quando nessuno lo vede?
È, si potrebbe dire, l’anima dell’universo. L’universo stesso.
Simultaneamente, anche l’universo percepito (quello che vedo), così come il parcheggio percepito, è l’universo stesso (ciò che vedo), la sua anima.
E allora, la domanda delle domande: come definire, che nome dare a questo universo che si nasconde dietro a quello che lo rivela e si rivela oltre a quello che lo mostra e, al tempo stesso, lo nasconde?
Ci possiamo fermare alle parole parcheggio, mela, universo, o dobbiamo andare oltre?
Difficile dire: le parole portano comunque alla soglia della cosa, alla buccia della mela, a quello che vedo; l’oltre è appena sfiorato.
Guardavo i tre alberi, li vedevo bene, ma dentro di me sentivo che nascondevano qualcosa su cui non riuscivo a far presa, come quelli oggetti troppo lontani che le nostre dita, allungandosi in fondo al braccio proteso, arrivano soltanto a sfiorare per un attimo, in superficie, senza afferrarne alcunché …
Come ombre sembrava mi chiedessero di portarli via con me, di restituirli alla vita.
Nel loro gesticolare ingenuo e appassionato riconoscevo l’impotente rimpianto di un essere amato che ha perso l’uso della parola e sa di non poterci dire le cose che vorrebbe e che noi non riusciamo a indovinare …
Vidi gli alberi allontanarsi agitando disperatamente le braccia, come se dicessero: Quello che non riesci a sapere oggi non lo saprai mai più. Se ci lasci ripiombare in fondo alla strada dalla quale cercavamo di issarci fino a te, tutta una parte di te stesso che noi stavamo portando cadrà per sempre nel nulla.
Da Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto.
La foto è presa da Pinterest

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