Tema 14: Davanti a un’opera d’arte
«Professoressa, ma cosa rappresentano questi segni colorati? Che significato hanno?».
Questa la domanda delle domande che mi sentii rivolgere da un alunno, davanti a un dipinto di Miró esposto alla Fundació Joan Miró di Barcellona.
Non c’era né polemica né irrisione nel suo tono, ma solo un’umile e sincera richiesta di comprensione che con fiducia rivolgeva a quell’insegnante che in classe spiegava, analizzava, faceva capire anche i testi più complicati. Ma l’arte, soprattutto quella moderna, non era proprio il mio campo!
Che fare? Ammettere che io per prima mi stavo ponendo la stessa domanda senza intravedere una risposta? Passare il quesito al collega di arte? No, e non perché non volessi fare una brutta figura o deludere l’alunno convinto che un professore sia un tuttologo. Ma perché sarebbe stato un pessimo esempio di insensibilità di fronte all’arte che ha come primo scopo quello di suggerire un’emozione, un sentimento, suscitare una riflessione, oltre che rappresentare un soggetto. Quindi inammissibile dichiararsi incapaci di capire!
Teoricamente ogni fruitore, colto o incolto che sia, ha i mezzi per ricevere un messaggio dall’opera d’arte che, come si sa, non è solo di chi la produce, ma di chi la osserva, l’ascolta, la legge e la fa vivere in un continuo rinnovarsi dell’interazione autore-fruitore. Ed ogni impressione ha diritto di cittadinanza.
Teoricamente.
Di fatto l’esperto, oltre alla capacità di decodificare a fondo il tema rappresentato, coglierà aspetti stilistici, citazioni dalla tradizione, innovazioni, tecniche che definiranno il valore dell’opera stessa e che all’uomo comune sfuggono, impedendogli di gustarla a pieno e di apprezzarne tutta la portata comunicativa ed espressiva. Comunque, in genere, anche all’uomo di livello culturale medio basso rimane il piacere di gustare in modo spontaneo un’opera d’arte, comprendendone sia pure in modo generico il soggetto e apprezzando almeno la proprietà ed espressività del linguaggio di un poema, l’armonia e la struttura di una sinfonia o la proporzione delle linee, il realismo delle immagini, l’accostamento dei colori dei prodotti dell’arte figurativa.
Ma nell’arte moderna questa fruizione ingenua in molti casi è stata resa impossibile dalle scelte espressive degli autori che hanno abbandonato la mimesi e hanno privilegiato una rappresentazione soggettiva, astratta, simbolica, surrealista, metafisica, di non immediata comprensione.
Ciò è particolarmente evidente nelle arti figurative. Se di fronte a una pittura o scultura o architettura tradizionale chiunque può facilmente comprendere il messaggio dell’autore, sia pure a diversi livelli di profondità, nella produzione moderna spesso questo risulta impossibile.
Il fatto è che dalla fine dell’Ottocento l’uomo ha iniziato a porsi nei confronti del mondo non solo in termini razionali ma a indagarlo anche con altri mezzi che vengono legittimati come strumenti conoscitivi: l’inconscio, il sogno, le percezioni sensoriali. Lasciato agli scienziati il metodo di indagine logico, gli artisti privilegiano le sensazioni, le suggestioni, le illuminazioni, gli accostamenti irrazionali, esprimendo la loro visione del mondo attraverso un linguaggio nuovo, simbolico, onirico, surreale. Questo comporta il rischio consapevole di non poter più raggiungere il grande pubblico, ma solo una ristretta élite in grado di capire il nuovo sentire. Ma questa è cosa nota a chi sa un minimo di filosofia, letteratura, musica, arte…
Tornando al nostro punto di partenza, cosa può comunicare un dipinto come quello di Miró all’osservatore medio? Per la sua forma mentis l’uomo ha bisogno di capire anzitutto “che cosa è” ciò che di nuovo gli si pone di fronte. Questo vale anche per l’opera d’arte da cui il fruitore si aspetta anzitutto di individuare il tema trattato, anche se espresso con un linguaggio difficile o innovativo ma comunque inseribile nei canoni comunicativi usuali. Quando questo patto tra autore e pubblico viene meno, il destinatario prova una sensazione di spaesamento: non sa riconoscere forme note e realistiche né coerenza logica tra gli elementi né una “sintassi” che leghi in modo razionale i segni presenti sulla tela; non esistono più convenzioni, prospettive consuete, proporzioni abituali, la mente vacilla…
Ma, come si è detto, non è solo il linguaggio logico che può veicolare un messaggio, quindi anche un’opera d’arte apparentemente incomprensibile può essere “letta”.
Superato il senso di smarrimento e inadeguatezza che l’arte moderna suscita, il fruitore è chiamato a “lasciarsi andare”, a cercare di abbandonarsi alle sensazioni che gli sono suggerite.
Dunque, proviamo!
Nel caso specifico del dipinto iniziale, La stella del mattino, anche ignorando la poetica di Miró, appare evidente il senso di indefinitezza e mistero che forse l’artista stesso provava di fronte allo spettacolo del cielo.

Che cosa vediamo? Tra i corpi celesti (lune, stelle) nuotano senza peso e fuori contesto uccelli, creature partecipi della terra su cui viviamo e del cielo a cui aspiriamo, e tanti occhi: forse simboli degli esseri umani sperduti nel mondo e curiosi di conoscere il senso (se c’è) del cosmo?
Quindi notiamo che astri, animali, umani, coesistono confusamente tutti sullo stesso piano, senza gerarchie, senza ordine logico, ma sono collegati da fili che si intrecciano disordinatamente: forse tentano di suggerire che tutte le creature sono compartecipi della stessa esistenza?
Un’altra cosa che colpisce è il movimento, un movimento che non ha un punto centrale di attrazione o di fuga né un’asse intorno al quale si snoda, ma è del tutto casuale e continuo: forse metafora della vita degli esseri viventi?
Infine il colore: su uno sfondo sfumato dal rosa al giallo al grigio, emergono corpi colorati di nero e di tocchi di bluette e rosso arancio, brillanti e distribuiti non su interi oggetti ma su parti piccole o grandi di essi: segno forse del dolore e della gioia che si alternano nella vita?
E lo stile? I segni sembrano tracciati come per gioco da una mano infantile: forse Miró vuol dire che l’atteggiamento migliore per cercare di capire il mondo è quello leggero e ludico dei bambini, cioè spogliato delle sovrastrutture logiche che gravano sugli adulti ?
Quanti “forse” in questa analisi che un altro fruitore potrebbe anche contraddire! Ma lo scopo dell’artista è raggiunto: comunicarci la sua visione del mondo, farci riflettere, suggerirci un’idea, come quella che più esplicitamente ci comunica un’opera d’arte classica, con il suo intento encomiastico o censorio o di semplice condivisione con il pubblico.
Per concludere, davanti a un’opera d’arte, classica o moderna, se ci accostiamo con vero desiderio di conoscenza, avviene il miracolo: ognuno, in base alla propria cultura ed esperienza del mondo, potrà avere uno scambio di idee con l’artista, superando secoli e continenti di distanza, per arrivare a una maggiore comprensione o a una nuova opinione su un aspetto della vita.
E in questo mondo che procede per slogan e non dà il tempo di analizzare i problemi, avere l’opportunità di condividere idee, prospettive e conoscenze arricchisce e fa crescere.
Nella foto di copertina: Joan Miró, La stella del mattino, 1940,
Fundació Joan Miró, Barcellona
Credits Wikimedia Commons
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«… cosa rappresentano questi segni colorati? Che significato hanno?».
Alla domanda, avrei rsposto, da quell’incompetente che sono: “Non rappresentano niente, non hanno significato alcuno”.
Non per disprezzo, anzi, ma per mettere in discussione la convinzione che rappresentazione e significato siano elementi indispensabili a una comprensione.
In questo senso, una spiegazione qualsiasi dell’opera d’arte di questo tipo, tradisce l’opera d’arte stessa. Che tende a un messaggio diretto, a-razionale tra autore e osservatore.
Ma tutto questo già emerge dal tuo scritto molto interessante.