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Se potessi ricominciare

#pablog2025 Tema 11


Giunge per tutti, nel corso dell’esistenza, un momento in cui l’individuo si confronta con il proprio vissuto e comincia a stilare un bilancio della propria vita.
In una sorta di rassegna mentale, si ripercorrono gli snodi biografici più significativi, ci si interroga sulle scelte compiute e si analizzano gli eventi che hanno lasciato in noi un’impronta indelebile. 
È il momento degli avrei dovuto, avrei potuto, avrei fatto.
È quel processo che rientra nella cosiddetta autobiographical reasoning, ovvero la capacità di costruire una narrazione coerente della propria vita, integrando successi, fallimenti, traumi e trasformazioni.
“Se potessi tornare indietro, che cosa farei di diverso?”
È una domanda tanto semplice quanto destabilizzante perché attiva un meccanismo di riflessione metacognitiva, in cui il soggetto valuta retroattivamente le proprie decisioni e ritiene che gli effetti che ne sono derivati fossero più prevedibili di quanto in realtà lo fossero. Il che ci porta a credere che avremmo potuto evitare l’errore, scegliere meglio o agire con maggiore lucidità (il famoso senno di poi). Un processo che non tiene però conto che ogni scelta è il prodotto di un sistema complesso di variabili: lo stato emotivo, il livello di consapevolezza, le pressioni ambientali, le credenze personali.
Non tutti gli errori sono recuperabili. 
Alcune scelte, seppur condizionate da fattori esterni o da stati emotivi alterati, generano conseguenze irreparabili.
In un contesto lavorativo, una decisione impulsiva può compromettere relazioni professionali, reputazione o opportunità future.

In ambito familiare, dove le relazioni significative sono strutturate su equilibri delicati e dove la rottura di tali equilibri può generare insicurezza, sfiducia e dolore persistente, una parola detta nel momento sbagliato o una distanza non colmata può lasciare ferite che il tempo potrebbe non riuscire a sanare.
A questo punto il ricominciare non va inteso come un ricominciare da capo, bensì come una ripartenza consapevole, nella quale la parola resilienza, intesa come capacità di adattamento positivo di fronte alle avversità, diventa il fulcro del cambiamento. 
Accettare l’errore come parte integrante del proprio percorso esistenziale è un atto di maturità (in quel momento e in quelle condizioni non sarei stato capace di fare diversamente). Significa riconoscere che, pur nella sua irreversibilità, l’errore ha contribuito alla costruzione del sé, ha affinato la capacità di discernimento e reso più autentica la visione del mondo.
Se potessi ricominciare forse non riuscirei a evitare ogni errore; non per mancanza di volontà, ma perché molte scelte sono inevitabili nel loro contesto. Alcune lasceranno cicatrici permanenti, altre apriranno forse nuove strade.
Oggi, con una consapevolezza più matura e una maggiore capacità di riflessione, mi illudo di essere più saggio, più lucido e più capace di scelte ponderate. Ma chi può garantirmi che tali scelte, apparentemente più consapevoli, non siano anch’esse il prodotto del mio sentire attuale e dei miei condizionamenti emotivi e cognitivi?
Forse il vero atto di saggezza non è credere di aver imparato a scegliere meglio, ma riconoscere che ogni scelta, anche quella più meditata, è figlia del tempo in cui nasce, e che l’errore non è sempre evitabile, ma può essere compreso, integrato e trasformato. Non per correggere il passato, ma per accettarlo e onorarlo.

Per concludere. 
L’argomento trattato in questo articolo è, per sua natura, complesso e stratificato.
La riflessione sul ricominciare, sull’errore e sulla consapevolezza personale tocca dimensioni profonde dell’identità, della memoria e della responsabilità individuale.
Per ragioni di spazio e di coerenza espositiva, sono state volutamente escluse alcune tematiche che meriterebbero un approfondimento specifico. In particolare, non è stata per niente affrontata quella che viene definita la coazione a ripetere, fenomeno noto in ambito psicoanalitico, che descrive la tendenza dell’individuo a ripetere inconsciamente schemi comportamentali dolorosi o disfunzionali, spesso legati a esperienze traumatiche non elaborate.
Si tratta di un tema che richiede un contesto clinico adeguato e che trova spazio privilegiato nel lavoro psicoterapeutico o analitico, dove può essere esplorato con gli strumenti e la profondità necessari.
Questa voluta omissione non è una negazione, ma un invito alla cautela: certi meccanismi interiori non possono essere affrontati con leggerezza, né risolti attraverso una semplice riflessione.
Riconoscerli è già un passo importante, ma comprenderli e trasformarli richiede tempo, ascolto e, quasi sempre, un adeguato percorso guidato.


Immagine di copertina realizzata dall’autore con strumenti di IA

Marco Rodi


Pubblicato inBlogPronti, attenti, blog! 2025

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