Dalla lettura di L. Ariosto, Orlando furioso, 1532
Ariosto? Mamma mia! ma che roba antica e superata è andata a ripescare!
Niente affatto, Ariosto è stato un precursore della rivoluzione del pensiero propria del nostro tempo.
Presentato di solito come il bonario e fantasioso narratore di imprese mirabolanti di una folla di paladini cristiani e cavalieri pagani che si intrecciano lottando per i loro ideali ma anche per gentili donzelle, Ariosto è in realtà un profondo conoscitore dell’animo umano di cui il poema esplora vizi e virtù. Nel Furioso infatti c’è spazio per tutte le tipologie umane e per tutti i sentimenti.
Non a caso l’incipit del poema suona:
Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori
le cortesie, l’audaci imprese io canto1
che riecheggia la formula dantesca
le donne e’ cavalier, li affanni e li agi
che ne ’nvogliava amore e cortesia2
Ma non è solo questo gioco di specchi a suggerire una stretta parentela tra la Commedia di Dante e il Furioso di Ariosto, bensì la volontà di entrambi di rappresentare l’uomo con tutte le sue fragilità e le sue aspirazioni, anche se lo sfondo, il mondo ultraterreno o l’ennesima guerra santa tra cristiani e musulmani, e l’atteggiamento dei due autori, moralistico e intransigente l’uno, pragmatico e divertito l’altro, non potrebbero essere più diversi. Il fatto è che, se Dante mutua dalla sua fede religiosa e politica una certezza incrollabile su cosa è il bene e cosa il male, Ariosto si trova nel bel mezzo di una crisi di valori (morali, politici, ideologici) che cerca di esorcizzare con il sorriso, anche se dietro alla sua bonomia c’è la dolente constatazione della perdita di orientamento dell’uomo che vaga in questo mondo cercando qualcosa che non trova o che forse nemmeno sa cosa sia.
Esemplare è il primo canto in cui ben otto personaggi, se comprendiamo anche – e perché no? – un fantasma non certo più evanescente dei nostri cavalieri e il cavallo di Rinaldo dotato di sentimenti e comportamenti umani, si incontrano o scontrano nel giro di poche ore nel folto di un bosco, nemmeno fosse la piazza di una metropoli! E tutti cercano qualcosa, anche cambiando sul momento l’oggetto della loro ricerca, muovendosi casualmente e trovando ciò che mai avrebbero pensato di trovare, nonché di cercare.
Vediamone alcuni esempi tutti già nei primi versi del poema ariostesco.
Ferraù, cavaliere pagano innamorato come tutti della bella Angelica, principessa del Catai ora prigioniera di Carlo Magno, impegnato nella ricerca dell’elmo perduto, simbolo del suo stesso onore, appena vede passare Angelica in fuga dal campo di Carlo, decide di lasciar perdere l’elmo, la insegue, combatte per lei contro Rinaldo, ma nel frattempo ne perde le tracce e… torna a cercare l’elmo!
Sacripante ci appare disperato perché pensa che Angelica sia ormai di Orlando e piange perché non potrà più combattere per salvaguardare la sua illibatezza, il bene più prezioso di una donna che la rende desiderabile. Ma appena la vede e capisce che Orlando non l’ha posseduta, pensa bene di saltarle subito addosso!
A sua volta la bella e delicata Angelica, quando vede Sacripante che disdegna, pensa che la sua protezione le potrà essere utile per tornare nel Catai e con calcolata civetteria lo alletta rassicurandolo che la sua illibatezza è salva.
Incoerenza, opportunismo, adesione solo formale agli ideali cavallereschi che non si esita a trasgredire per la propria momentanea utilità: questi i “valori” dei nostri eroi!
In mezzo a queste “canne al vento”, pronti a piegarsi alle voglie o alle suggestioni del momento, qualcuno che ancora è paladino (scusate il doppio denso) di un’idea c’è: è Orlando, il campione di Carlo Magno che ha fatto del rispetto del codice cavalleresco il suo abito mentale. Orlando sa sempre cosa fare: combattere per la difesa del suo re e della fede cristiana, proteggere i deboli, procurarsi onore in ogni circostanza per essere degno del suo titolo di cavaliere e per essere apprezzato e ricambiato dalla donna amata.
Bene, tra le tante avventure del Furioso, la più nota è proprio quella che dà nome al poema, ossia la vicenda del povero Orlando che diventa furioso, cioè pazzo. E perché? Di solito si liquida la questione con la più classica delle cause: Orlando impazzisce d’amore, perché Angelica, la donna amata che ha servito e rispettato, per la quale ha compiuto innumerevoli imprese seguendo alla lettera il codice d’onore cavalleresco, si è innamorata di un altro, Medoro. Che per di più è un povero e oscuro fante saraceno, niente rispetto al più valoroso paladino di Francia!
Ma il problema è assai più grave di una banale gelosia; il fatto è che una delle leggi fondamentali dell’amor cortese che Orlando ha praticato perfettamente, quella legge che lo stesso Dante aveva teorizzato per bocca di Francesca, Amor, ch’a nullo amato amar perdona3, si era dimostrata fallace.
Ma come? Orlando aveva onorato Angelica in ogni modo, l’aveva amata totalmente e lei…non lo aveva ricambiato! E una volta scoperta una falla nel sistema di valori a cui Orlando aveva informato tutta la sua vita, l’intero sistema crolla: a cosa credere? cosa fare? Gli “occhiali” ideologici con cui aveva guardato il mondo fino a quel momento non sono più efficaci e il povero Orlando non è più in grado di “leggere” la realtà. Per dirla con Pirandello, si è prodotto uno squarcio nel cielo di carta4 sotto il quale tutto era codificato e sicuro e Orlando fa esperienza dell’ignoto, del dubbio… dell’umano!
Il processo che porta alla pazzia è lungo e ricorsivo: dopo fasi ripetute di consapevolezza (vede i nomi di Angelica e Medoro legati da nodi incisi sugli alberi e capisce che si amano) e di autoinganno (si illude che la calligrafia che pure ben conosce e ri-conosce non sia della sua Angelica o che Medoro sia il soprannome che ha dato a lui), e di nuovo di realismo (legge la inequivocabile poesia d’amore scritta da Medoro) e di mistificazione della realtà (cerca di interpretare la poesia diversamente), Orlando entra nel vortice della follia: fissità, pianto, fuga, alienazione, furia devastatrice e infine spoliazione. Dopo aver gettato via l’armatura, segno del suo status di cavaliere, quasi come un parodistico Francesco, si straccia di dosso le vesti per rifiutare il suo ruolo sociale, ma non trova la sua vera identità, anzi, privo del codice comportamentale cavalleresco da cui aveva attinto il senso del suo agire nel mondo, per Orlando non c’è che pazzia.
Come non provare compassione di fronte a questo nostro antenato, sicuro di sé finché ha seguito le regole che gli hanno insegnato e devastato quando ne ha scoperto l’inconsistenza e l’improduttività?
Ariosto si chiede come deve comportarsi un uomo: risibili gli atti di cavalieri senza un codice saldo da seguire, in balia del mondo; disdicevoli quelli dei tanti personaggi calcolatori e opportunisti di cui il poema abbonda; lodevole la coerenza e la lealtà di Orlando, ma a cosa porta? A vedere deluse le sue aspettative né più né meno di chi non ha valori o virtù e a impazzire. Ariosto non sa rispondere di fronte all’eterno dilemma esistenziale: vivere alla cieca, senza punti di riferimento, cercando di cogliere le opportunità che si offrono o seguire un’ideologia che occulta e edulcora l’insipienza dell’uomo di fronte al senso dell’esistenza ma ne reprime gli impulsi e rischia di farlo implodere se ne scopre i limiti.
Mi pare che oggi, pur con 500 anni in più di esperienza, siamo ancora fermi a questo bivio: seguire la regola o la convenienza del momento? L’unica certezza è che su nessuna delle due vie è garantito il successo. Quindi Orlando siamo noi, ormai privi di un “centro di gravità permanente” per buttarla in canzonetta, senza un credo di alcun tipo, delusi da ogni sovrastruttura ideologica. Più leggeri, più liberi, ma tanto più insicuri e sempre in pericolo di perdere il controllo delle nostre azioni. Per cui, sempre cercando aiuto in facili ritornelli, “ci vuole un fisico bestiale perché siam sempre ad un incrocio, sinistra, destra, oppure dritto, il fatto è che è sempre un rischio”6, ma in definitiva “che fantastica storia è la vita!”7
Anche il nostro Orlando, dopo la parentesi della follia, recupera il senno e, forse un po’ acciaccato, meno sicuro, ma – mi piace immaginare – più umano, riprende ad andare incontro alla vita, per dovere, per amore o semplicemente perché è il nostro unico modo di vivere che conosciamo.
NOTE:
1 L. Ariosto, Orlando Furioso, I, vv. 1-2
2 D. Alighieri, Commedia, Purg. XIV, vv. 109-10
3 D. Alighieri, Commedia, Inf. V, v. 103
4 L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal
5 F. Battiato, Centro di gravità permanente, 1981
6 L. Carboni, Ci vuole un fisico bestiale, 1991
7 A. Venditti, Che fantastica storia è la vita, 2003
Immagine di copertina:
Giovanni Boulanger, Orlando impazzito per amore, 1650-1652, Sassuolo, Palazzo Ducale
Wikimedia Credits, rielaborata dai grafici di ala

Straordinario e coinvolgente l’Ariosto ma anche il commento è intenso e originale.