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I campi dei nostri giochi

#alablog Tema 4: Il gioco.

Aldo. 6 gennaio 1926
«Mamma, babbo, vorrei provare il mio nuovo gioco ai giardini, mi accompagnate?» Aldo, nove anni, uno sguardo azzurro come una cupola bizantina, ha appena scartato il regalo della Befana: il gioco del cerchio col bastone.
«A quest’ora del mattino?», protesta la mamma, «aspettiamo almeno che l’aria si stiepidisca un poco».
«Dai, mamma, non vedo l’ora di fare a gara con gli amici, andiamo, ti prego, – implora il piccolo, con tono lagnoso – devo imparare a guidare il cerchio, presto a scuola si faranno le squadre e le gare».
Un po’ di malavoglia, la mamma e il babbo portano il figlio ai giardinetti che quella mattina sono belli come una signorina in festa: eleganti e illuminati dai sorrisi di tanti bambini vestiti alla marinara.

Roberto. 6 gennaio 1956
«Babbo, posso andare a guidare la nuova automobile?». Roberto, nove anni, uno sguardo da cerbiatto, non sa resistere, deve assolutamente provare la sua macchina a pedali rossa fiammante sui viali sterrati dei giardini pubblici di fronte a casa.
«Va bene, andiamo, ma promettimi di non prestarla a quegli scavezzacollo dei tuoi amici. Te la sfascerebbero in un batter d’occhio e copriamoci che fa freddo».
«Vedrai, non ci sarà quasi nessuno», afferma Roberto fra le pieghe di un sorrisetto malizioso.
Nella fredda mattina di gennaio Aldo e suo figlio sono le prime voci a rompere il silenzio della piazza protetta dai rami spogli dei tigli intorpiditi.

Giacomo. 6 gennaio 1986
«Nonno, giochi con me a Zork?». Giacomo, nove anni, uno sguardo vivace e due manine sempre in movimento, ha appena collegato il suo nuovo Commodore 64 al monitor a fosfori verdi.
«Sono troppo vecchio per queste diavolerie», protesta il vecchio inforcando gli occhiali e avvicinandosi a quell’oggetto che somiglia a una macchina per scrivere senza il carrello né la carta.
«No, è un gioco semplice, basta leggere e scrivere. Vedi? Ci troviamo davanti a una casa. C’è una cassetta postale, è chiusa. Dobbiamo dire al computer che cosa deve fare».
Giacomo legge le scritte verdi sullo schermo nero, per iniziare un’avventura in cui il lettore è il protagonista.
«Tu che faresti, nonno?», gli chiede per convincerlo a partecipare al gioco.
«Guardiamo se c’è posta?»
«E se c’è una bomba e muoio?»
«Ma non muori per davvero», afferma il nonno con un tono di voce per niente convinto.
«Va bene, semmai si ricomincia da capo». Giacomo batte i tasti e scrive: “Apri cassetta”, poi preme il tasto invio. Il computer risponde immediatamente: “Apri la cassetta e trovi un foglio”.
Quella mattina nonno Aldo e suo nipote entrano in un labirinto smisurato e scoprono che possono diventare compagni di gioco.

Sara. 6 gennaio 2014
«Nonno, vuoi giocare con me alla Play Station? Tieni, questo è il tuo controller». Sara, nove anni, uno sguardo attento e modi gentili d’altri tempi, porge il telecomando a nonno Roberto che la ricambia con un’espressione smarrita.
«Uno due, tre… cinque… otto bottoni? Ma come si usa quest’aggeggio, Sara?»
«Questo serve per saltare, vedi? Questi due per andare a destra e sinistra, questo…”
«Amore, gioca tu che nonno ti sta a guardare».
«Va bene», acconsente la bambina, «allora vado online e sfido le mie amiche. Tu non ti muovere però, così vedi come si gioca».
«Va bene, te lo prometto».
Quella mattina nonno Roberto si riempie gli occhi con i colori di un mondo a tre dimensioni più fantastico dei giornalini che leggeva da bambino.

Epiloghi

  1. Aldo
    I campi dei miei giochi furono i giardini, la strada, il cortile, la palestra: luoghi di salti, di corse e capriole. Quanta della mia gioventù andò sprecata nelle adunate, sospinta dalle false promesse di motti scolpiti nel marmo! Sono cresciuto ubbidiente, inquadrato, leale, per costruire una classe guerriera grottesca. I miei campi di gioco furono luoghi di azione, di vanità e di stupore. Consegnati alla retorica. Alla fine, furono sommersi da un fiume di sangue.
  2. Roberto
    I campi dei miei giochi erano i luoghi della polvere e dell’erba, pieni di strilli, risate, rincorse e lotte. Sono cresciuto giocando a palla, acchiapparello e nascondino. Le mie avventure erano prove collettive di forza e di coraggio, spavaldi salti su fili spinati, scontri furibondi, fermati solo dalla parola “fido”. I miei campi di gioco erano luoghi concreti, imprecisi, infangati, bagnati dal sudore, contornati dalla voglia di ricostruire.
  3. Giacomo
    I campi dei miei giochi erano fatti di bit e pixel, memorie di silicio, guizzanti joystick e dischetti magnetici. Le mie avventure erano invenzioni di artisti visionari, gesta di logica e abilità “salvate” come puntate di un film personale. I miei campi di gioco erano luoghi volatili, nitidi, esatti, fatti di luce e di fantasia.
  4. Sara
    I miei campi di gioco nascono dai riflessi dell’arcobaleno e si sublimano nella multi-dimensione di una rete incontrollabile. Le mie avventure si dipanano in un Luna Park scintillante : sogno e disperazione di un destino di consumatori immutabili.
    I miei campi di gioco sono i non luoghi dello stupore, uno spettacolo illusorio da condividere, sono la nostra unica, confortante realtà.

L’immagine è stata creata con Adobe dall’autore.

Nota: Questo testo è stato pubblicato in Particelle, Ala Libri, 2020.

Paolo Baroni


Pubblicato inBlogPronti, attenti, blog! 2025

Un commento

  1. Cristina Quartarone Cristina Quartarone

    Trovo questo racconto bellissimo e scritto molto bene.
    Abbiamo sempre,in ogni epoca storica ed in ogni età della nostra vita,bisogno di sognare ed evadere dalla realtà,ma poi la realtà ritorna nei nostri giochi ed è come se noi ci rafforzassimo,giocando,in quelle che sono le convinzioni generali che,inevitabilmente,derivano dal potere imperante in quel periodo.E’una specie di autoformazione e di adattamento .Crediamo di essere noi a guidare il nostro gioco,invece ci stiamo assoggettando ai mezzi e ai modi della società in cui viviamo e questo ci diverte e ci rassicura!! Va da sé che le epoche di oppressione e di violenza ci “impongono” giochi che sviluppano la retorica del regime,in epoche più democratiche e liberali i giochi trasmettono messaggi di più sana competizione e libertà,ma mai esenti da pericoli.Nella nostra epoca la tecnologia ci tende continui agguati e ci conforma ad un mondo “virtuale”ed anch’esso pericolosissimo, in cui fanno da padroni coloro che ne detengono le chiavi a livello di conoscenze e di competenze.Nel nostro attuale mondo,per esempio, l’intelligenza artificiale getta una sinistra ombra ed umanoidi si sostituiscono agli umani.Cerchiamo di riscoprire giochi piu’semplici,sfide alla corsa. giochi di palla,giochi a squadre,mimi,recite.Noi anziani abbiamo più tempo e ci dedichiamo ad un gioco antico,la scrittura e la costruzione di storie,la pittura,ma quando l’IA avrà sostituito la nostra fantasia individuale con il surrogato delle fantasie di tutti avremo anche finito di sognare.
    Bravo,Paolo!

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